31 Marzo 2021

Paesaggi di Assisi

Elvio Lunghi
Paesaggi di Assisi

“Ad Assisi sono completamente scomparsi dalla mia memoria Milano, Firenze, Roma e tutto il resto, tanto sono stata affascinata dalle campagne così dolci, così miracolosamente evangeliche e francescane, dalle chiese così incantevoli, da tanti ricordi felici e da quei nobili esemplari della specie umana che sono i contadini umbri, una razza ricca di bellezza, di vigore fisico, di gioia, di dolcezza. Non avevo mai sognato un paese così meraviglioso”. È bello leggere queste parole. Hanno la voce di una donna che ha trovato la sua serenità, semmai l’avesse persa. E anche l’amore per una terra che sente amica, sente vicina, non teme, non fa male. Quanto orgoglio c’è nel sapere che parla di noi, di come eravano un tempo “una razza ricca di bellezza, di vigore fisico, di gioia, di dolcezza”. Soprattutto perché ho trovato parole pressoché identiche in un appunto nei Taccuini di Albert Camus, lo scrittore francese premio Nobel per la letteratura che tantò amò Simone Weil da diventare il principale sostenitore della pubblicazione dei suoi quaderni inediti: “Quando sarò vecchio, vorrei che mi fosse concesso di tornare in questa strada di Siena che non ha eguali nel mondo e di morirvi in un fossato, circondato solo dalla bontà di quegli italiani sconosciuti che io amo”. È vero, Camus parla di Siena e dei Toscani, ma stà compiendo nel luglio 1955 il suo terzo viaggio in Italia sulle tracce di Piero della Francesca, e Piero è un po’ anche nostro e dunque anche Albert Camus lo è, se parla bene della nostra terra e dei nostri contadini. Soprattutto se ama l’Italia e la sua luce, che gli ricordano tanto la sua amata Algeria da Pieds-noirs, francese d’Africa che sente ostile il cielo grigio di Parigi. Simone è parigina parigina e per lei il sole d’Italia è il più bel dono che si possa ricevere.
Vien da piangere percorrendo la SS.3 nel vedere le campagne abbandonate pronte a essere seminate di capannoncini artigianali e con le case coloniche in rovina aperte ai ladri di coppi e tegole vecchie da utilizzare per risarcire i tetti dei centri storici secondo le prescrizioni della Soprintendenza ai Monumenti. I figli dei contadini belli e forti tanto ammirati da Simone ora montano frigoriferi per l’ISA di Bastia Umbra, però qualcosa è rimasto. Rimasto cosa? Basta leggere il seguito della lettera che Simone inviò al suo giovane amico Jean Posternak: “Poco mancò che restassi tutta la vita – se le donne vi fossero annesse – in quel minuscolo convento delle Carceri a 1 ora e 14 minuti sopra Assisi. Non c’è spettacolo più rasserenante, più paradisiaco dell’Umbria vista da lassù. S. Francesco sapeva scegliere i luoghi più deliziosi per vivervi poveramente. Egli non aveva nulla dell’asceta”.
Ecco tutto il merito è di Francesco, come scrive Simone poche righe prima: “È da credere che la Provvidenza abbia creato campagne ridenti, umili e incantevoli chiesette per preparare il suo arrivo”. Sembra quasi di leggere una pagina iniziale della Vita prima di Tommaso da Celano, dove si racconta quando il giovane Francesco, guarito da una lunga malattia “Un giorno uscì, ammirando con più attenzione la campagna circostante: ma la bellezza dei campi, l’amenità dei vigneti, tutto ciò che è gradevole a vedersi non gli dava più alcun diletto”. Francesco è inquieto e non troverà requie fin quando non si arrenderà alla vista dei lebbrosi, fin quando non varcherà la porta della chiesa di San Damiano in rovina. Lo spettacolo della natura non basta: “Quand’ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. Ma, divenuto uomo, ciò che era da bambino l’ho abbandonato”. Così Paolo di Tarso nella I lettera ai Corinzi. È come se Francesco, davanti allo spettacolo di una natura trionfante, vedesse ancora “in uno specchio, in maniera confusa”. Quand’è che potrà vedere “faccia a faccia” in maniera chiara e distinta? Anche Simone è inquieta, anzi lo è a prescindere, ma di fronte allo spettacolo della natura sembra gridare fermati sei bello. Eppure è il paesaggio di Assisi a gettarle addosso il seme dell’inquietitudine. Pochi anni dopo ne scriverà a dom Joseph-Marie Perrin, per rispondere perché non può convertirsi al Cattolicesimo. Perché si può credere all’esistenza di quel “non so bene cosa chiamo Dio” a prescindere. Dio non va cercato, basta attendere il suo arrivo, lo ha capito ad Assisi.

Elvio Lunghi
Elvio Lunghi

Parlo di storia dell’arte agli studenti stranieri di Perugia.

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