24 Febbraio 2021

Notizie su Simone Weil

Elvio Lunghi
Notizie su Simone Weil

Nell’estate 1941, nel corso della Seconda Guerra Mondiale, la Francia del nord è occupata dall’esercito nazista e una giovane donna ebrea fugge da Parigi per cercare scampo nel sud del paese, in quel tempo sotto il controllo del governo collaborazionista di Vichy. Si chiama Simone, Simone Weil. È fuggita insieme al padre Bernarde e alla madre Selma: genitori ebraici, entrambi agnostici, hanno dato un’istruzione laica e internazionale ai loro due figli. André il più grande, nato nel 1906, è un piccolo genio della matematica, non si accontenta di una formazione esclusivamente parigina e studierà in varie nazioni, dalla Gran Bretagna all’Italia, dall’India all’U.S.A.. Simone è minore di tre anni e dimostra anch’essa una spiccata intelligenza, ma per distinguersi dal fratello si getterà negli studi filosofici, dedicandosi al Marxismo e ai filosofi presocratici, letti nei testi e nella lingua originale. È una fanciulla un po’ singolare, ama vestirsi da maschiaccio e assumere atteggiamenti intransigenti. È una donna inquieta, piena di fobie e di disturbi psicosomatici, si porterà appresso un terribile mal di testa per tutta l’esistenza. Come sottolinea la sua amica e biografa Simone Pétrement, ha un carattere spigoloso e possiede la straordinaria virtù di riuscire a stare sui nervi a tutti. Soprattutto non vuole assolutamente limitarsi a un approccio puramente teorico della filosofia, e poiché dimostra una spiccata vocazione per l’impegno sociale, sente un bisogno quasi fisico di verificare sulla propria persona quanto è scritto nei libri. Per verificare cosa si prova nel lavoro in fabbrica lascia l’insegnamento e si fa assumere come manovale in una fabbrica metallurgica, ma non ha il fisico, non fa altro che graffiarsi, non smette mai di piangere perché non riesce a stare dietro i ritmi della catena di montaggio. Come scoppia la guerra civile in Spagna, nel 1936 parte volontaria, si fa arruolare in un gruppo di anarchici, ma non sa sparare e così viene mandata in cucina; anche qui si dimostra maldestra e si ustiona gravemente una gamba mettendo un piede in una padella di olio bollente. Insomma un disastro: i genitori verranno a riprendersi la loro bambina e a fatica la convinceranno a tornare a casa, perché è testarda; ma intanto la gamba ustionata rischia di andare in cancrena e infine la formazione anarchica in cui era entrata viene sterminata dai franchisti, e allora? Nel 1937 parte per una vacanza in Italia. Questo le riesce bene: visita Milano, Firenze, Roma e altre città, ma soprattutto è entusiasta della piccola Assisi. Ce ne darà un resoconto nelle lettere che invierà ai genitori e a un suo giovane amico, passando più tempo ai tavolini dei caffè a scrivere che per strade e monumenti a vedere cose, raccontando di lunghe passeggiate, visite a musei, concerti e pasta al sugo mangiata in trattoria: la cronaca di una vacanza piccolo borghese priva d’incontri particolarmente interessanti. Tornata a Parigi, nel 1941 abbandonerà precipitosamente la città in mano ai nazisti. A Marsiglia conoscerà un giovane frate domenicano, Joseph-Marie Perrin, quasi completamente cieco sin dalla nascita. Vorrebbe provare un diretto contatto con la terra e chiede consiglio a padre Perrin, che le presenterà Gustave Thibot, un “filosofo contadino” che possiede un fattoria in Provenza. Simone tempesterà di lunghe lettere entrambi, finalmente è felice. È colpita da una carità e da una sollecitudine che non aveva mai conosciute in precedenza e prenderà l’abitudine di far sovente visita al religioso, come scriverà padre Perrin introducendo il libro “Attesa di Dio” che raccoglie le lettere ricevute dalla donna: “Veniva a trovarmi abbastanza spesso, secondo le sue possibilità e soprattutto secondo le mie … Con la sua estrema delicatezza, aspettava impassibile nel corridoio, lasciando passare, due, tre persone; dopo, nel tempo che ci restava, parlavamo …”. È in questa fitta corrispondenza epistolare che avremo notizia di una misteriosa esperienza provata da Simone alla Porziuncola di Assisi nel corso del viaggio in Italia di quattro anni prima, della quale non c’è notizia nelle lettere ai genitori e al suo amico Posternak: “Nel 1937 ho trascorso ad Assisi due giornate splendide. Mentre mi trovavo da sola nella piccola cappella romanica del XII secolo all’interno di Santa Maria degli Angeli, incomparabile meraviglia di purezza, dove san Francesco ha pregato tanto spesso, per la prima volta nella mia vita qualcosa più forte di me mi ha obbligata a mettermi in ginocchio”. Come in tutte le cose della vita, Simone è eccessiva, è ingenua persino nel lavoro dei campi. Prende dimora in un casolare abbandonato, dorme per terra in un sacco a pelo o sopra un saccone di aghi di pino, mangia patate bollite e legumi cotti direttamente nel fuoco, a volte si nutre di frutti selvatici trovati nei campi. Gioisce di questa esperienza di vita assolutamente povera e ne scrive ai genitori: “Paesaggio mirabile, aria deliziosa, quiete, tempo libero, solitudine, legumi e frutta fresca, acqua di sorgente, fuochi di legna – niente altro che voluttà. Non c’è alcunché che possa farmi venire gli incubi, anzi. Io rischio solo di perdermi in mezzo a queste voluttà, rischio che certo non vi spaventa …”. Nella stessa lettera a padre Perrin, dove racconta la sua esperienza mistica alla Porziuncola, Simone descriverà questa sua esperienza e è qui che scatta d’improvviso il nome di Francesco: “Quanto allo spirito di povertà, non ricordo momento in cui non sia stato presente in me, nella misura – purtroppo scarsa – in cui ciò era compatibile con la mia imperfezione. Sono stata rapita da san Francesco fin da quando ne sono venuta a conoscenza. Ho sempre creduto e sperato che un giorno la sorte mi avrebbe spinta a forza in quello stato di vagabondaggio e mendicità da lui scelto liberamente. Non pensavo di arrivare alla mia età senza esser passata almeno attraverso una simile condizione. E lo stesso valeva per la prigione”.  È nel segno di Francesco che Simone sposa Madonna Povertà. Facciamo festa, siate tutti lieti.

Elvio Lunghi
Elvio Lunghi

Parlo di storia dell’arte agli studenti stranieri di Perugia.

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