In Occidente, tutto è permesso e nulla è importante, qui invece è il contrario: nulla è permesso, tutto è importante [Limonov, Emmanuel Carrère]
Cos’è quella lacrima che accomuna le musiche? Un singulto che rende familiari, oltre i codici semantici, i gamelan dei pigmei, i ritmi arabi, le danze dei nativi americani, i canti del Punjabi, arrivando direttamente allo stomaco ed anche ai piedi? Un brano delle Slits s’intitolaIn The beginning there was the rhythm e qualcosa dice di una pulsazione originaria, d’uno spirito identitario e collettivo. Se, rimanendo nei confini dei nostri passaggi sonori, si va a risentire Širom e Rachele Andrioli con Rocco Nigro, al di là delle evidenti differenze di struttura si percepirà un’identica vibrazione profonda, quasi cosmica. Che si declina nelle musiche folkloriche di tutti i mondi. Storie d’amore, politica, tristi ed allegre, di esodo e ritorno, la stessa canzone, sotto fisionomie completamente diverse.
Poi si possono aggiungere drammatiche prossimità geografiche, intrecci e contrasti migratori, lo slabbrarsi e sanguinare dei confini e della storia, l’abbrivio d’un cinema potente e contraddittorio, suoni che da immemore risuonano all’orizzonte tra rumori di cannoni, melodie dell’inconscio collettivo, la verve distintiva ed originale d’un musicista dallo sguardo gentile ed un filo melanconico, con un look capace di bucare lo schermo. Tutto questo fa zampillare quella lacrima, trasforma il singulto in canto, magari scimmiottato per puro fonema e, tra fraintendimenti e vicende ignorate, si piomba, quasi a peso morto, nelle giostra di Goran Bregović. Lui viene da vicino-lontano, da una terra-puzzle incompresa, la Jugoslavia, dove buono e cattivo sono ruoli reversibili.
La sua formazione musicale passa, tra l’altro, anche per l’Italia. Inizia a Sarajevo nei Beštije, poi con i Kodeksi si trasferisce sulla costa Dalmata. Il gruppo viene invitato a Napoli e, tra le varie altre vicissitudini, farà da spalla ai Pooh. Siamo all’inizio dei settanta. Facile pensare che a Napoli Bregović sia stato bene. Una città a suo modo balcanica (o balcanizzata), un popolo vivace e vigoroso, pieno di contrasti come quelli delle genti slave. Bregović tornerà a Sarajevo e, tra tentativi di studi accademici, si ritrova a far parte del più importante gruppo rock jugoslavo degli anni settanta e ottanta, i Bijelo Dugme, reviviscenti, un po’ reduci, nel terzo millennio.
Goran Bregović ha vissuto il primo momento di grande fama occidentale sul finire degli ottanta. Il sodalizio con Emir Kusturica è stato più che un trampolino di lancio e le colonne sonore di film come “Il Tempo dei Gitani” ed “Underground”, restano capisaldi d’un epica dove festa e tragedia sono inestricabilmente unite. È vero che dagli esordi rock-prog-folk, (per farsene qualche idea: Šta Ću Nano Dragi Mi Je Ljut – 1976), ai grandi successi delle musiche per film (non solo Kusturica), di suoni ce ne sono stati parecchi. Hanno arricchito una lanx satura che trova nella tradizione balcanica il suo ingrediente principale, non unico. Il musicista ed attore (lo si ritrova, ad esempio, ne “I Giorni dell’Abbandono” di Faenza), nel corso degli anni ha diversificato la sua produzione cimentandosi in svariate forme espressive, compresa l’opera, fatta a modo suo. La Wedding and Funeral Orchestra resta però il vero microcosmo in cui fare pullulare la bellezza dei contrasti, capace di infiammare audience extra large. In un concertone a Piazza San Giovanni, nel 1997 se non ci si sbaglia, qualcuno contò 500.000 persone (certo, assembrate là da certe “vecchie” idee…).
Non c’era tutta quella gente il 15 settembre 1999 a Montefalco. Ci si ricorda dello spazio chiuso di una grande discoteca, si era comunque tanti e Bregović sorrideva. Pareva di essere al matrimonio di Underground. La memoria fa tutto un po’ color marrone, color terra bruciata (i bombardamenti Nato erano iniziati a marzo). Si stava in un posto “da un’altra parte”, un pezzo di terra nomade alla deriva, scosso dal rutilare di percussioni, da archi indiavolati e fiati infoiati. E da ventate d’indicibile malinconia. Era comunque gioia traboccante, che celebrava i vivi ed i morti. Non li si distingueva più. Quando venne intonata Ederlezi, si piangeva e si rideva, senza motivo, o per lo stesso motivo. Bregović ha suonato anche ad Assisi, nel 2005, nella basilica superiore di San Francesco. Ci pare un altro mondo. Giusto così, dai.
I genitori la videro. Era laggiù, in mezzo a tutti, ferma e guardava ancora in alto.