08 Luglio 2025

Rob Mazurek e Gabriele Mitelli, Eric Chenaux… e l’estate già qua (così la chiamano)

Dionisio Capuano
Rob Mazurek e Gabriele Mitelli, Eric Chenaux… e l’estate già qua (così la chiamano)

La malattia del nostro tempo è la superiorità. Ci sono più santi che nicchie. [Honoré de Balzac]

 

Nessuna antifona in premessa. Rifletto sull’Italia e sulle nicchie della cultura, della musica. Che sono veri e propri santuari della creatività, da difendere con i denti ed i neuroni, vista l’aria brutta che tira sopra il tessuto socio-culturale all’intorno. Tutta l’Italia è un bellissimo specchio-mosaico, “rotto” ab-origine. E questi vogliono omogeneizzare la sua frammentata bellezza.

Riprendo un discorso, sempre al centro del margine. A proposito: un illustre mente di questi fogli virtuali e virtuosi mi chiedeva, tempo fa, perché vado a cercare cose che stanno al margine. Un po’ perché vi ci sono (stato) spinto, un po’ per congenite attitudini, un po’ perché – svegliamoci – ci stiamo tutti. Siamo sull’orlo dell’abisso.

Mentre è già iniziata un’affollata estate di caravanserragli spettacolari, riparto dunque da un margine autunnale, ottobre 2024, una ferita chiusa e quindi ancora aperta. Da questa ferita suppurano un duoun uomo solo (che è più di centomila). L’ultimo “mio” concerto allo Zut!, lo scorso anno. Uno dei possibili margini-centri del mondo (che ci piace). Le vicende dell’associazione sono note e comunque è facile documentarsi. Ma la musica, ordunque. O come cantano i Gibson Brothers “baby, it’s the singer, not the song”.

Sono quelle serate wunderkammer che accolgono la bellezza del caos, frammenti di una stella che esplode, lo spazio cosmico vertiginoso di un uomo tranquillo con la sua chitarra. Perché anche una chitarra, suonata da un tipo seduto, può sollevare il mondo — o almeno provarci. Momenti in cui capisci che le rivoluzioni non si faranno certo così, ma un po’ sì. Ripenso al solo di Eric Chenaux, che suona anche in trio  e all’incandescenza tropicalia jazz-noise di Rob Mazurek con Gabriele Mitelli.

Il canadese, con la semplicità di una forma essenziale, dolcissima potenza, a regalarmi un concerto “memorabile” che non sapevo sarebbe stato di tal fatta, una specie di pavana. Certo, la storia di una creatività socializzata non può essere “terminata” con la mera chiusura di uno spazio. Si sbaracca, ma la sostanza resta, tutto ciò che serve per ricominciare. Chiudere non significa finire. Significa riaprire, restare aperti a nuove possibilità di condivisione. Però: uno spazio non è semplicemente un luogo fisico… ma il discorso devierebbe troppo. Devieremo prossimamente.

Mazurek — moltiplicatore sonoro con i vari assetti dei suoi progetti, giusto citiamo Chicago Underground e l’Exploding Star Orchestra — è stato definito “una delle incarnazioni più amate del jazz ed oltre”, artista capace di costruire ponti tra generi, orizzonti e territori imprevedibili. Retorica “luogocomunista”, ma più vera del vero. Mitelli, sardo nomade che s’incrocia con tutti (i migliori), tipo Alexander Hawkins, ha stabilito con il compositore di Jersey City il patto Star Splitters, per invertire l’entropia dell’universo.

Insieme hanno generato suoni al calor bianco e colorati, brucianti. Quel calore è rimasto con me, come necessità di ritornare. Anzi, no: di continuare a stare. Negli ampi spazi dei margini del presente. Che sono anche strisce, vicino al mare.

Luoghi di r(i)esistenza.

 

Voglio stare il più vicino possibile ai margini senza andare oltre.

Dal margine si vedono tante cose che non si possono vedere dal centro. [Kurt Vonnegut]

 

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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