06 Luglio 2026

BITOI — Bass Is The Original Instrument

Dionisio Capuano
BITOI — Bass Is The Original Instrument

L’abbiamo visto due volte. Dunque: Spoleto. Gualdo Cattaneo. Adesso le date tornano: 3 ottobre 2025, Factory Festival, Cinema Sala Pegasus. Poi 19 giugno 2026, Sagrantino Wine & Performance. Ma le date arrivano dopo. Prima resta il suono. Prima resta lo spazio-tempo in cui il basso non accompagna e le voci non cantano soltanto. Prima resta l’impressione che qualcuno abbia acceso una lingua prima della lingua.

BITOI. Bass Is The Original Instrument.

Un nome che sembra una formula, il nome di un fondista africano, un augurio. Il basso come origine. Non come fondamento tecnico, non come sezione ritmica, non come motore della canzone. Come animale primario. Come corda sotto la terra, colonna vertebrale. BITOI nasce da una commissione. Cassius Lambert immagina un dispositivo per basso elettrico, elettronica e piccolo coro vocale, presentato a Intonal 2023 e poi trasformato in un organismo stabile, o almeno in una formazione viva, mobile, capace di continuare oltre l’occasione originaria. BITOI sono un’idea incarnata.

Il progetto ruota dunque attorno al basso elettrico, all’elettronica e alla composizione di Cassius Lambert, in dialogo con un piccolo coro femminile a formazione mobile. Nei crediti dell’album Sirkulu compaiono Alexandra Shabo, Lise Kroner e Anja Tietze Lahrmann; nelle formazioni live più recenti emergono anche Lydia Cronberg ed Ella Cronberg, presenti proprio nei set di cui siamo stati partecipi.

Più che una band a formazione rigidamente fissa, BITOI appare quindi come un organismo vocale con una significativa fluidità interna: tre voci alla volta intorno al basso, secondo i contesti, le date e le disponibilità artistiche. Non fanno da coro nel senso consueto. Sono lama, respiro, infanzia, rito, uccello, sillaba, vento.

Il basso. E abbiamo pensato a Sting (che non abbiamo “visto”). Tredicimila persone all’Arena Santa Giuliana. La grande macchina (im)perfetta del concerto-evento. La memoria collettiva, anche nostra, già pronta prima ancora che inizi la prima nota. Sting che arriva con la sua storia enorme: Ace-Face in Quadrophenia, Gil Evans, The Police, le eleganze pop, le trasformazioni, il corpo atletico della canzone, fino a quel pensionamento creativo e viti-vinicolo che lo ha reso anche figura toscana, agricola, quasi patrizia. Non c’è nessuna dialettica. Non c’è Sting contro BITOI. Non c’è il grande evento contro il concerto per pochi. Non c’è la purezza minoritaria contro la massa. Sarebbe troppo facile, e anche falso.

L’ecosistema sonoro e culturale umbro vive di entrambe le realtà. Vive del nome gigantesco che chiama migliaia di persone e del gruppo infante che forse, sommando due concerti, riempie appena due autobus. A noi piacciono anche i grandi eventi. Potendo, andremmo dappertutto. Anche ad ascoltare l’indicibile. Anche solo per vedere cosa accade quando un concerto supera una certa soglia numerica e lo spettacolo non è più sul palco. La musica diventa il pretesto perché migliaia di corpi respirino insieme.

Ma BITOI è l’altra soglia. Non più la moltitudine. La prossimità. Non più l’icona. L’apparizione. Non più il repertorio che riconosci prima ancora che inizi. Una lingua che non sai, ma che il corpo capisce. Cassius Lambert suona il basso come se volesse smontarne la funzione e ricominciare da zero. Intorno a lui le voci non decorano: incidono, sfregano, pregano, pungono, accarezzano, si ritraggono, ritornano. Sembrano a volte bambine, a volte arcaiche, a volte animali, a volte liturgiche. Una piccola comunità sonora che si muove per gesti minimi, scarti,aperture improvvise. E melodie archetipiche.

BITOI è un gruppo infante: un EP, -O-, poi un album, Sirkulu. E ora, da quel che si sa, nuovo materiale in preparazione, pare dopo una residenza in Italia. Eppure non c’è l’ingenuità del debutto. C’è invece una precisione rituale, una consapevolezza dello spazio (tanti live…). Sessanta minuti, più o meno. Il tempo medio di una messa. Non una battuta: davvero. La durata di una funzione. Di un attraversamento.

Anche i gesti contano. Il modo in cui i corpi stanno fermi e poi si muovono. Il modo in cui le voci attendono. Il modo in cui il basso entra non per occupare ma per convocare. La musica non chiede applauso continuo. Chiede ascolto. Chiede di entrare dentro qualcosa che si sta formando davanti a noi e non è del tutto traducibile.

È questo che ci interessa: conoscere nuove lingue. Non solo nuovi generi. Non solo nuove scene. Lingue.

BITOI se ne inventano una, o forse ne raccolgono una già lì: il canto degli uccelli trascritto foneticamente, spostato nella bocca umana, fatto diventare frase, formula, sillaba, frammento. Non è world music, non è folk da museo, non è avanguardia come postura. È una lingua che sembra venire da prima e da dopo. Antica e aliena. Naturale e costruita. Fragile e ferma.

I concerti che abbiamo visto finiscono con SEKOMITSE. E lì succede qualcosa. Non è semplicemente un finale efficace. Non è il brano conclusivo messo al posto giusto. È una chiusura che sembra una preghiera. Una dolcezza infinita. Uno Stabat Mater senza latino e senza chiesa, ma con lo stesso stare: stare sotto qualcosa, stare davanti a un dolore, stare dentro una bellezza che non consola subito ma solleva lentamente. SEKOMITSE cresce come una linea di luce. Non esplode. Ascende. È climax, elevazione, lacrime che non diventano melodramma. Una delle cose più toccanti ascoltate negli ultimi anni, proprio perché non cerca l’effetto commovente. Lo produce per accumulo di misericordia. Per disciplina. Per nudità. Perché arriva dopo un’ora in cui il concerto ha preparato il corpo a riceverla.

 

Ogni respiro che prendi

Ogni movimento che fai

Ogni legame che rompi

Sting canta(va) il controllo, l’ossessione, la sorveglianza travestita da carezza pop. SEKOMITSE, per altre ragioni e in una traduzione impossibile, “respira” la stessa cosa (anche noi), ma rovescia la relazione: non ti seguo perché ti possiedo, ma perché ogni tuo respiro appartiene al cerchio fragile delle cose vive. Non ogni legame che rompi. Ogni legame che resta. Ed è comunque un canto di distacco e liberazione. Immaginiamo

La musica “grande” forse ci ricorda chi siamo stati, nel male e nel bene. La musica “piccola” ci mostra che possiamo ancora diventare altro. BITOI stanno lì: quattro figure, basso e voci, pochi strumenti, poche difese. Un gruppo appena nato che però conosce già la forma del rito. Non chiedono di essere decifrati. Chiedono di essere attraversati. E quando finiscono, non resta l’entusiasmo rumoroso. Resta un silenzio abitato. Come dopo una messa laica in una lingua sconosciuta che, per un’ora, ha pregato al posto nostro.

 

Dedico quest’articolo all’Edicola 518, per quanto può servire.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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