Erano stati seduti accanto per tutta la sera.
Ma nessuno dei due aveva avuto il coraggio di voltarsi.
Il vero nuovo non è una alternativa allo stesso, ma una piega dello stesso. Stiamo citando Massimo Recalcati. E ci viene in mente che, quando nel 1974 Anthony Braxton, una delle propaggini estreme dell’avanguardia jazz afro-americana, intitola un suo album “What’s New in the Tradition”, vuole significare qualcosa di simile. Certo, in quelle increspature ci sono molte lacerazioni e sangue che scorre, ancora; ma è inevitabile, è la storia. Non può essere altro che così. Sono evidenze dell’autenticità, dell’inesauribilità.
Anche i due musicisti salentini danno corpo sonoro, in altre forme, a quell’idea e “spiegano” l’attualità del folk. Il tessuto dei loro tre albums, “Malìe”, (2014) “Maldimè” (2015) e “Maletiempu” (2018) è fatto di molte pieghe, che sono, a volte, piaghe non guarite. Le loro canzoni, allo stesso tempo, sanno di sale sulla ferita e tempo della festa.
La poetica di Andrioli e Nigro sposta l’asse del folk e quello della world music ed è un bene, perché certo cattivo uso di questi generi ha quasi spento la vitalità della tradizione, che – direbbe Mahler, è fuoco da tenere vivo e non cenere da adorare. La voce di Rachele è potente, ma controllata e nitida, un timbro che sa arrochirsi per rendere alla musica il sapore di terra mediterranea. Il mantice di Rocco possiede il respiro e la luminosità forte e gentile del sud, un sud che è stato mentale, non dato geografico.
La loro attitudine ha l’obliquità del viaggio nomade e, usando le parole (non più) à la page di Deleuze e Guattari, “deterritorializza il ritornello”. Qualche nome degli autori in repertorio (l’espressione è un po’ da rivendita di emozioni, qua si tratta di tatuaggi nell’anima) per rendersene conto: Matteo Salvatore, Rosa Balistreri, Gabriella Ferri, Domenico Modugno, Edith Piaf, Amalia Rodriguez, Chavela Vargas e i cimenti con Rota e Morricone. Le linee melodiche, l’avvincente cantabilità sono epifenomeni della visione nitida che si ha negli allontanamenti verso casa, consustanziano la nostalgia di quello che verrà.
La canzone non è un ritorno, ma un allontanamento verso la vera casa. Lo si è capito benissimo lo scorso agosto, sera di tregua in mascherina, alla Rocca di Assisi. Uscire dalle prigioni domestiche per andare a sentire musica è stato proprio come mettersi in viaggio verso noi stessi. Voce e fisarmonica hanno aperto tanti sentieri; verso la Sicilia, la Puglia, il Portogallo, il sud-state of mind. Si sono accese dentro luccicanze, visioni di luoghi ai quali apparteniamo davvero, che si chiamano libertà, possibilità di essere e scegliere e che ci spostano sempre in avanti, come tedofori inquieti.
Finito il concerto, si alzarono senza guardarsi, cercando un modo per non perdersi.
Il tempo stringeva, la distanza aumentava.