La domenica del Casone a casa nostra era laica. Mentre gli abitanti di Piazza Nuova e dintorni si avviavano a San Rufino per la messa, mio padre (con noi figli) andava alla Fonte, la pasticceria della festa. Il rito per noi stava lì. Le sorelle che la gestivano erano perfettamente integrate nel mondo delle creme e delle panne. Dolci quanto i deliziosi cannoli che finivano nel vassoio domenicale (per me, che mangiavo solo quelli) insieme a bignè alla crema e alla panna, cannoli siciliani, diplomatici soffocati di zucchero a velo e bombe che trasudavano crema. Scegliere era già gustare la dolcezza che sarebbe seguita, rigorosamente alla fine del pranzo. Anche la passeggiata fino alla pasticceria faceva parte dei regali domenicali. Papà sceglieva ogni volta un vicolo diverso per arrivare a San Rufino (e ogni angolo odorava di vita – della cucina della domenica e delle finestre aperte dopo un sonno senza sveglie). Poi si scendeva, facendo il giro più bello, quello che da via San Rufino portava in Piazza del Comune e da lì in via Roma. In fondo a via San Rufino ci aspettava l’edicola. La gestiva un giovane uomo gentile con la barba, che chiamava mio padre “professore” e sapeva già quali giornali darci. Ma l’edicola era anche il mondo delle figurine (quelle dell’album dei calciatori per i miei fratelli, quello dell’album dell’Italia per me). Non se ne poteva comprare più di un pacchetto, che si apriva solo a casa. A noi bambini sembrava un’ingiustizia. Mio padre, però, ci stava allenando all’emozione dell’attesa, al piacere che perde ogni attrattiva quando diventa abitudine. Ci insegnava a non dare per scontata la felicità, che è sempre una cosa minima, e perciò non deve essere involgarita dal culto del possesso. Dall’edicola alla pasticceria si passava per un’Assisi meno popolare. Piazza Nuova era proletaria (anche se abitata da qualche membro della borghesia riconosciuta). A Piazza del Comune invece si respirava l’aria dei signori e delle signore – l’odore di caffè dei bar della buona borghesia (che almeno tale sembrava a me), i profumi di marca. Io preferivo di gran lunga l’odore di aglio soffritto dei sughi delle case di Piazza Nuova. È la mia Madeleine, rassicurante e plebea. Al ritorno, ci aspettava il pranzo quasi pronto, e la televisione che di domenica aveva programmi anche di mattina (comiche e cartoni animati). Durante il pranzo (che solo nei giorni di festa non si svolgeva in cucina, ma nel soggiorno dove troneggiava la televisione), i miei guardavano il telegiornale, e parlavano di politica. La coscienza del male e del bene, della giustizia e della libertà, me la sono costruita di domenica, ascoltando i miei. E quando, in quinta elementare, mi ritrovai a difendere la legge sul divorzio, di fronte allo sguardo stupito del maestro, capii che a scegliere si deve imparare presto. La libertà non è una concessione fatta dal piccolo potere della quotidianità, o da quello con la maiuscola. E non si può essere felici se si fa parte dei tiepidi dell’Apocalisse, se si appartiene alla zona grigia. Si è felici solo nella scelta, cioè nella libertà. Sbagliando, magari, ma con consapevolezza. Negli anni Settanta lo dovevi imparare per forza l’esercizio della libertà. Quanto il suo opposto. Anche se non eri adulto. Non era facile vivere negli anni delle stragi, dei delitti come quello di Pasolini (ricordo mio padre che piangeva, come se gli avessero ammazzato un fratello), ed essere bambini. La scelta era già lì – crescere alla svelta o rimanere “piccoli”, con il rischio di rimanerlo a vita. Nel pomeriggio, dopo la sacra pennichella dei miei, si andava al Tescio, con mio padre. Ancora un dono della domenica – sprofondare nel bosco per arrivare al torrente e sguazzarci dentro con gli stivali di gomma. La natura compensava l’umanità disumana. E così, di domenica, s’imparava che c’è un cuore per vivere e un cuore per scegliere.