In questo periodo di isolamento, ho voluto concedermi una curiosità e sono andato a Venezia, ci abito vicino ed era possibile farlo. Chissà cosa mi immaginavo di vedere.
Devo dire che mi ha fatto emozionare come da tanto tempo non capitava, ma una emozione nuova, anzi sensazione nuova, rumorosa. Si, mentre camminavo tra le calli con tanti negozi chiusi e saracinesche abbassate quello che mi ha colpito di più è stato il silenzio. Un silenzio talmente grande da far rumore, tanto rumore, ma dentro la testa, alla ricerca del tempo perduto. Quando si camminava a fatica tra le calli, con una folla enorme di persone, con le grida, le urla, le parole. Questa volta non era così.
La città sembrava diversa, di una bellezza incredibile, aperta allo sguardo, ma fredda.
Mi sono fermato un attimo in un campiello e sono stato colpito da due persone che stavano lavorando all’interno di un negozio, forse attratto dagli unici rumori che si sentivano. Ho iniziato a parlare con loro, in realtà erano i proprietari del negozio, stavano predisponendo un nuovo arredo, completamente diverso dal precedente, e volevano farlo per reagire allo stato di immobilismo che purtroppo la situazione ha creato. Nelle loro parole ho sentito passione, voglia di rimettersi in gioco, di reinventarsi, di non mollare. Lo volevano fare per la loro famiglia ma anche come amore per la comunità, per la città.
Tante persone stanno cercando di ritrovare un percorso, qualcuno quello vecchio perché tutto ritorni “come prima” altri magari nuovo, inventando attività diverse, anche fantasiose, frutto dell’analisi di quanto succede. Le città vuote dai turisti ci hanno fatto capire quanti valori e quante ricchezze abbiamo intorno a noi, le stesse che prima non vedevamo o le utilizzavamo parzialmente, mentre oggi, daremmo chissà cosa per una passeggiata nei vicoli, per una cena all’aperto, per un caffè preso nel vecchio bar dove con amici e conoscenti scambiavamo idee, litigi, approvazioni, risate.
Come non collegare Assisi in tutto questo, dove basta spalancare gli occhi, entrare in una via per rendersi conto della bellezza e di quanto sia necessario aprirla alle persone e dare spazio alle loro iniziative e progettualità.
Dobbiamo imparare a praticare l’idea di non sprecare tempo, spazio, risorse.
Questo tempo ci ha rubato la socialità, cioè la rete di desideri e relazioni su cui si fonda ogni iniziativa.
Si è cercato di sostituirla con eventi e riunioni via streaming che sicuramente hanno aiutato, hanno permesso anche di organizzare qualcosa, ma non è bastato. Il nostro valore più grande rimane il bene pubblico, il bene comune.
Assisi è un bene pubblico e come tale va aiutato e valorizzato.
Ad esempio in questi giorni sto lavorando ad un progetto che si chiama “Il Salotto nel Cortile”, consiste nel valorizzare lo spazio all’aperto di una vecchia scuola elementare, un luogo che per molti decenni ha visto bambini, ragazzi e ragazze, trascorrere ore di ricreazione e di socialità. Ora potrebbe diventare un contenitore di attività varie, culturali e sociali, uno spazio che anche se chiuso da mura si apre alla città.
Vorremmo realizzare questo con il Bilancio Partecipativo, una forma di partecipazione che consiste nel destinare una parte di risorse del bilancio del Comune per la realizzazione di progetti proposti dai cittadini e/o dalle associazioni. Questa responsabilizzazione nell’investire soldi pubblici ci arricchisce anche come cittadini e ci induce ad approfondire i bisogni e le necessità per la città, perché tutte le proposte dovranno essere portate a conoscenza delle persone e votate da loro.
Il Cortile dovrebbe essere uno spazio per i libri, un palco per il teatro, un angolo di poesia, un contenitore per la musica, un luogo per proiettare la città, una galleria per la pittura, un album di fotografia, e tanto altro quanto la nostra fantasia e passione riuscirà ad immaginare e creare.
Ma tutto questo è Assisi.
E come già detto da qualcuno, se c’è una città che aspetta, non bisogna farla aspettare, ma porgerle la mano ed aiutarla.