Inizio il nuovo anno con una frase semplice: sentirsi parte di una comunità. Quante volte l’abbiamo letta superficialmente, tra una parola e l’altra. La frase si contrappone ad un’altra: vivere nel mondo della globalizzazione.
Il primo concetto significa condividere valori, obiettivi, diritti, doveri, pensare a qualcosa insieme da costruire e ciò porta con sé la responsabilità ed il rispetto: verso gli altri e verso l’ambiente che ci circonda.
Ognuno di noi se non percepisce e non trova il valore della comunità dove vive, la cerca allora all’interno di un gruppo più ristretto, di un’associazione, di un circolo di persone dove sentirsi bene, si lavora insieme, si costruisce, pur nel piccolo, qualcosa. L’insieme di tutti questi gruppi costituisce la base della comunità più grande, dove si vive quotidianamente, dove si cresce, dove si realizza una famiglia.
Allora si dà il meglio di sé, vengono idee, si fanno riunioni, progetti, che a volte si concretizzano ed altre che rimangono sulla carta o nella mente, concetti inespressi ma che lo stesso rientrano in quel tesoro di comunità.
Mai come in questo periodo, abbiamo dovuto con fatica, trovare dentro di noi la forza per reagire al brutto momento ed allora dopo uno sbandamento iniziale, abbiamo ripreso a lavorare assieme, magari da lontano, via web, incontrandoci nel monitor del computer, del telefonino. Ci siamo parlati con il cellulare, tirato fuori idee, progetti, creato eventi a cui ora abbiamo messo una data futura, ma ci sono, sono presenti e vivi.
La globalizzazione è una comunità grande, nella quale mercati, produzioni, consumi e anche modi di vivere e di pensare vengono connessi su scala mondiale, grazie ad un continuo flusso di scambi che cercano l’interdipendenza e l’unificazione.
Questo ha permesso a tanti paesi e popolazioni di risvegliarsi da uno stato di isolamento e di povertà, di sentirsi anche loro comunità, di scambiare sviluppo e progettualità.
Forse questa globalizzazione è stata troppo veloce, non è stata compresa nei suoi aspetti etici, sociali ma ha prevalso solo l’economia, il mercato, il profitto. Caduti i confini territoriali, abbiamo fatto prevalere una globalizzazione senza regole, a discapito delle persone, del rispetto ambientale. Vogliamo il diritto di avere tutto ma non il dovere di chiedere quanto è costato questo tutto.
Noi ci sentivamo cittadini del nostro paesino, a volte del nostro quartiere, i nostri figli si sentono oggi cittadini d’Europa e del Mondo.
Francesco di Assisi si sentiva cittadino di Assisi e cittadino del Mondo.
Riprendiamo allora a sentirci parte della comunità dalla nostra bella Italia, iniziando nel nostro quartiere, nella nostra città. Riallacciando i fili con il territorio, allargando il più possibile la partecipazione dei gruppi, soprattutto dei giovani. La società deve capire che da questo si creano prospettive che possono poi trainare delle altre, Assisi è circondata da un territorio che non deve rimanere ai margini di iniziative concentrate solo sulle aree urbane. Il turismo, per esempio, deve ritrovare una cornice più ampia, partendo sì dal borgo medioevale ma portando l’ospite anche nel territorio circostante.
Il Calendimaggio per esempio, sia un RNA messaggero, che entri in altre cellule, (replicando anche con varianti come fa questo virus) eventi e storie teatrali e musicali, in tanti luoghi sparsi, dove ricreare le magiche emozioni che solo il gruppo dei partaioli sa far nascere.
Creare attenzione a tanti progetti della collettività significa generare entusiasmo.
Non si deve tornare ad un mondo precedente, a viver come prima, ma avere coscienza che questa è l’occasione per cambiare.
Intorno a noi vi sono tanti giovani e tante risorse umane che hanno voglia di costruire (non solo cementificando), credono in un progetto, e vogliono spogliarsi dei vecchi abiti, come fece Francesco per rinascere a nuova vita.