16 Maggio 2020

La Taverna, momento essenziale del Calendimaggio

Giuseppe Di Biagio
La Taverna, momento essenziale del Calendimaggio

In taberna quando sumus / non curamus quid sit humus /
sed ad ludum properamus / cui semper insudamus…

La taverna durante la festa del Calendimaggio è il luogo mitico dove tutto può accadere: nascono amori e altri ne finiscono, si canta, si ride, si discute a volte anche animosamente e se c’è qualcuno della parte avversa il discorso si può alterare e finire in rissa, per poi concludersi tutto con un buon bicchiere di vino.
Da sempre le nostre taverne sono ambientate in luoghi caratteristici ove l’odore acre del vino si mischia col profumo della porchetta la vera regina della festa.
Per evocare un tipico ambiente medioevale nulla di meglio delle calde e corpose note della famosa canzone goliardica. Sullo sfondo di un’atmosfera ebbra di vino si distinguono diverse figure: c’è chi gioca, chi beve il vino e chi cerca donne. Nella taverna tutto si dimentica persino la morte svanisce dietro i fumi del vino. Bacco trionfa ed è la gioia del bere. Tutti bevono uomini e donne, giovani e vecchi, mercanti e studenti, chierici e laici. Il vino si adatta agli incontri, al divertimento, allo svago dalla monotonia quotidiana.
La funzione della taverna era quindi intesa come luogo di svago e di passatempo cui si associa uno degli aspetti che caratterizzano il vino in essa venduto e goduto in quanto bevanda, non solo energetica, ma in grado di rallegrare il cuore dell’uomo e sedare antichi dissapori. Il vino sorbito finisce per indentificarsi come bevanda ludica anche se l’abuso poteva portare a devastazioni irreparabili oltre che nel corpo, nell’animo e nello spirito. Ciò nonostante non mancava il medico che consigliava di alzare il gomito di tanto in tanto, poiché una buona sbornia, a parer suo, era uno dei piaceri che, al pari dell’appetito sessuale, meritava di essere soddisfatto almeno una volta nella vita.
Nel vino della taverna lo studente annegava la noia delle ore trascorse sui libri; il contadino, l’artigiano trovavano un incentivo alla socializzazione sia durante le feste che nelle serate. Persino i chierici, nonostante i divieti, amavano frequentare le taverne e ancor più il buon vino.

Si raccontano tante storie di chierici e prelati frequentatori di taverne.

Come quella di un monaco accusato di lussuria, di gioco e di bere in taverna. Egli diceva che riusciva a scrivere e predicare solo quando aveva bevuto del buon vino. Migliore era il vino dell’oste e meglio venivano le prediche scagliando però anatemi contro gli … astemi.
L’atmosfera che regnava nelle taverne era caratterizzata nel concepire questo luogo deputato al divertimento, al gioco, al gusto di una corroborante bevuta di un boccale di buon vino e al piacere di cianciare e di comunicarsi notizie dopo una settimana di   duro lavoro.
A questa realtà della taverna come luogo di aggregazione, di svago, del calore, del piacere dell’incontro e delle chiacchere, rinforzate come sempre da una buona bevuta con gli amici, i compagni di lavoro, i paesani, se ne contrappone un’altra, più cruda e truculenta poiché il vino, che era allora soprattutto per i ceti più bassi della società l’unica possibilità di evasione, poteva accendere le fantasie, scatenare la violenza, portare gli odi, suscitare risse spesso per i più futili motivi. È pure noto che il vino delle taverne richiamava gente di malaffare, malandrini, gaglioffi, bari di professione, tagliaborse, ladri e imbroglioni di ogni genere, insieme a prostitute e ruffiani.
Sono varie le storie che si raccontano a questo proposito. Come quella del monaco sradicato che si aggirava tra taverne e postriboli, partecipando ad ogni tipo di scommessa e di gioco; ma mentre gli altri si raccomandavano ai santi per avere qualche buona vincita nel gioco dei dadi, egli, con voce demoniaca, lanciava ingiurie contro Dio, la Madonna e i santi per una scommessa persa. Viveva di ruberie e di imbrogli, scialacquando poi tutto nel vino e nel gioco e quando persi anche i vestiti, si impegnava i … capelli e pure qualcos’altro: … testiculos obligavit. Questo essere talmente depravato che vagava miseramente tra taverne e postriboli era ormai prigioniero delle proprie immondizie.
Nelle taverne avvenivano scene surriscaldate dal vino e dalla conflittualità che il gioco, non meno della presenza delle donne, provoca, giustificando così la cattiva fama e la diffidenza che anche nel medioevo ebbero questi luoghi.

Si racconta in giro per Assisi che in una di queste sere di Calendimaggio è stato visto uno strano e misterioso personaggio che stava davanti alla porta della taverna di Piazza e chiese il perché era chiusa. Datagli la spiegazione il soggetto si è messo a parlare anzi a raccontare la sua vita. Disse di provare un grosso turbamento nel proprio animo e si sentiva come in una nave senza nocchiero per lui condurre una vita rigorosa è impossibile. Vive nel vizio dimenticando ogni virtù. Si sente morto nell’anima. 
Ama il gioco più di ogni altra cosa ma anche si lascia andare piacevolmente tra le braccia di Venere. Per lui è difficile non nutrire pensieri impuri vedendo una fanciulla. Come si fa a restare casti quando la dea dell’amore ti affascina con gli occhi e ti conquista con il viso, a suo dire.
A queste due colpe ne confessa un’altra: la frequentazione delle taverne. Vorrebbe morire in un’osteria con accanto il vino nel momento del trapasso così i cori angelici intoneranno: Sit Deus propitius huic potatori. I bicchieri accendono la luce dello spirito e l’animo, inebriato dal nettare, vola in cielo. Continuando con queste riflessioni cominciò col dire che la natura dà a ciascuno delle peculiarità proprie. Egli per scrivere deve bere del buon vino ma anche soprattutto deve aver ben mangiato e allora riesce a produrre versi meravigliosi. Infatti egli dice ancora di sentirsi ispirato solo dopo aver ben riempito lo stomaco e quando Bacco si impadronisce della mente.
Egli ama il buon vino schietto e non tollera quegli osti che allungano il vino con l’acqua.
E qui si lascia trasportare in una dissertazione su una ipotetica diatriba tra il vino e l’acqua.
Versando in un bicchiere vino e acqua comincia subito la lite: il vino vuole scacciare l’acqua perché non ha nessun valore, in effetti si mescola con la terra e si introduce nei luoghi più disgustosi; non rallegra i banchetti anzi chi prima era allegro diviene triste e taciturno; chi la beve subito si ammala danneggiando lo stomaco e gonfiando il ventre che emettendo flatulenze ammorba l’aria.
L’acqua obietta che chi beve il vino slitta nel vizio rovinandosi la vita, gli obnubila la coscienza, gli fa blaterare frasi sconnesse; è apprezzato da assassini, depravati che lo lodano nei canti di taverna. Essa invece si sente libera diffondendosi ovunque nella terra aiutando anche chi cerca la salvezza in mare.
Il vino controbatte che chi si fida di essa trova solo rovina infatti invoglia i naviganti a solcare i mari per poi farli annegare con le onde assassine. Esso è la sapienza. Se i maestri non lo bevono non hanno il giusto talento per insegnare. Ha un potere taumaturgico donando ai vecchi nuova giovinezza, al cieco la vista, al muto la parola, al triste il sorriso.
E l’acqua risponde che il vino sia maledetto perché scelleratamente è la causa di delitti trasformando gli onesti in criminali e rende confusi anche i saggi. Essa afferma invece di rendere fertile la terra facendo fiorire la   natura. Senza acqua anche la vigna non crescerebbe e non darebbe i frutti così che il vino non può essere fatto. Senza la pioggia il popolo   morirebbe di fame e tutti pregano affinché discenda dal cielo a ridare la vita.
Il vino di nuovo l’accusa di lodarsi inutilmente perché tutti sanno quanto sia piena di lordume quando discende nelle fogne mescolandosi ad ogni sporcizia. I bei discorsi dell’acqua non hanno senso perché grande è la sua colpa.
L’acqua a questo punto si rattrista e scoppia a piangere tacendo e il vino dichiara quindi di averla sconfitta e lancia un appello che siano maledetti tutti gli osti che mischiano il vino all’acqua.
Improvvisamente finito di parlare il personaggio scompare cantando:

Istud vinum, bonum vinum, vinum generosum / reddit virum curialem, probum, animosum.

È questo un racconto vero o un sogno? È magia! La magia del Calendimaggio.

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