05 Luglio 2021

ZU

Dionisio Capuano
ZU

La propensione a non fare nulla ha avuto una parte decisiva nel determinare i tipi di divertimento che servono a riempire le ore del tempo libero, ogni sera, alla fine della settimana, durante le ferie. Il principio fondamentale è evitare che la roba presentata – stampa, programmi cinematografici, radiofonici e televisivi – metta a dura prova le risorse intellettuali ed emotive dei destinatari [ Il Capitale Monopolistico – Paul A. Baran, Paul M. Sweezy]

La band romana rappresenta davvero una perla del patrimonio musicale internazionale, ciò detto da dichiaranti di peso, uno per tutti, John Zorn. È all’inizio dei 90 ‘che Luca Mai (sax baritono), Massimo Pupillo (basso) e Jacopo Battaglia (percussioni) vanno ad incrociarsi in una Roma di buon turgore. Iniziano a frequentarsi, ognuno impegnato in un proprio avventizio percorso. Ma quell’odore di lateralità e l’essere sintonizzati su una stessa nascosta frequenza li porta ineluttabilmente ad unire le armi (e gli strumenti musicali nelle loro mani così diventano), esordendo con un album, “Bromio” (1999), nel cui titolo (che significa “rumoroso”, “fragoroso” e uno degli altri appellativi di Dioniso), già si preannuncia il tenore della musica.

L’interplay tra i tre è un perfetto bilanciamento di potenza vulcanica, elaborazione strutturale e incursioni demolitrici. Viene utilizzato per loro il termine jazz-core, abbreviazione di jazz hardcore. E di striscio, qualcosa coglie: la veemenza che viene dal sangue, la capacità di imbizzarrirsi ma con un progetto d’attacco preciso. L’eccezionale caratura del trio (insieme ad una serie di coincidenze a volte rocambolesche), porta a una serie di collaborazioni all’insegna dell’energia e della sperticata creatività. I concerti con gli olandesi The Ex, gli albums insieme a Eugene Chadbourne sono solo l’inizio. Poi il capitale, secondo tour americano e, via, verso lo studio di Steve Albini dove verrà registrato il secondo album, “Igneo” (2002) al quale partecipano Ken Vandermark, Jeb Bishop e Fred Lonberg-Holm. La conoscenza con Vandermark sarà foriera di altri grandi esiti: “Radiale”, insieme agli Spaceways Inc. esce nel 2004. Così, per dire, il New York Time lo fa album jazz dell’anno.

Si potrebbe pensare che un trio di quell’assetto abbia poca dinamica, sia destinato a utilizzare stilemi e ripeterli e finisca per implodere della sua stessa potenza hard & metal. Esattamente il contrario. Musica che, senza perdere impatto, s’espande e si connette. In sinergia con jazzisti di sensibile ferocia, come Mats Gustaffson (con lui incidono “How to Raise an Ox” – 2006) o fondendosi in curiosi collettivi, gli Ardecore, che, facendo perno sulla tradizione, con l’apporto di Geoff Farina dei Karate, (r)innovano il senso dello stornello romano.

In una temperie di eccitazioni si arriva a “Carboniferous” (2009) registrato per l’Ipecac dell’ipercinetico Mike Patton con il quale hanno avuto gran bell’intesa. Una sinfonia avant-hard-jazz, allo zenit dell’espressività. Esperienza di esaltante pericolo e vertigine, granitica e labirintica, che dal vivo diventa tempesta da sold out. La passione brucia e può anche stancare. C’e un tempo per dare abbracci ed uno per negarli. Si tira troppo la corda. Fisiologia delle relazioni, chissà. Ad un certo punto il trio prende una pausa. Jacopo Battaglia lascia e va pure in Giappone, Luca forma un duo, Massimo peregrina per Tibet, Virginia e Amazzonia (tutte esperienze che torneranno).

Poi (la facciamo breve) le cose iniziano a ricomporsi, in maniera asimmetrica. Escono una serie di lavori in cui l’essenza ZU si scioglie efficacemente in composti differenti ma si annusa un che di re-union, mentre spirano zefiri nuovi ed eccitanti. Nel 2017, intanto, rientra Battaglia e nel 2019 viene licenziato “Terminalia Amazonia” il nuovo album con tutti e tre. Scenario strutturalmente diverso, la potenza sonora e la creatività dilatate in un poker di planetarie composizioni spinte oltre il quarto mondo, immense e staticamente intense.

Eravamo sull’orlo dell’abisso, quel primo febbraio 2020. Gli ZU suonano allo Spazio ZUT! di Foligno, per la terza volta in Umbria, se non si sbaglia. No, non venivano con il set post-ambient e meta tribale che caratterizza la poetica della produzione più recente. Si celebravano i vent’anni di “Carboniferous” e la setlist era dunque più che nota, digerita, già parte del sistema nervoso. Il nugolo degli astanti non poteva essere certo colto di sorpresa e però c’era tensione, come l’attesa del piacere etc. etc. L’adrenalina ogni volta è nuova. C’era un’altra novità, la chitarra di Stefanio Pilia, a fluidificare in assalto un costrutto sonoro dalla possanza ascensionale e che si gode come esperienza fisica totale non semplicemente uditiva (Chthonian, per fare un esempio). Non un concerto ma un trattamento fisioterapico ad alta intensità. Musica che, semplicemente, è.

Anno nuovo, vita nuova. Se lo ripeteva come un mantra, cercando di andare a tempo con il batterista.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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