Viene il mattino / Non ho ancora chiuso gli occhi / Freddo e luminoso, come ne ho bisogno / sorge il sole / Questi erano i miei pensieri / mentre passavo sotto la tua finestra / Ti ho visto attraverso il vetro colorato / con un solo occhio [My Russia – Wovenhand]
Sono solo coincidenze. Piccole paranoie. Gli avvenimenti d’intorno, un compleanno, i titoli di due canzoni. Il nome di una band (lo troverete scritto anche Woven Hand) che può riferirsi alle dita intrecciate delle mani in preghiera. L’uscita d’un nuovo album.
David Eugene Edwards ha compiuto pochi giorni fa, il 24 febbraio, 54 anni. Nasce a Englewood in Colorado, viene da una strana famiglia, nativa americana per parte di madre e cristiano-massimalista dal lato paterno. A tirarlo su non è il padre, prima sempre in giro in motocicletta e poi fulminato dalla leucemia, ma il nonno. In quella casa s’intride, anche a non volerlo, d’un Dio geloso e a volte sanguinario, un paesaggio emotivo che lambisce gli scenari de “Il Cielo è dei Violenti”, senza però bagnarsi nei drammi di quelle pagine.
La musica è pulviscolo nell’aria, lui la respira senza accorgersene: bluegrass, suoni cajun, gospel, country, Dylan certamente, alternative rock. Il Potente in battaglia pare gli abbia dato del talento e il carisma del frontman. È d’una bellezza scontrosa e carismatica, si sposa giovanissimo, a diciotto anni, e sta ancora con Leah. Suona. E lavora per vivere. Facendo il manovale incontra i suoi primi compagni di viaggio ed inizia l’avventura di Sixteen Horsepower. Una manciata di canzone seminali, Horsepower EP (1995) e sei album Sackcloth ‘n’ Ashes (1995), Low Estate (1997), Secret South (2000), Hoarse (2000), Folklore (2002), Olden (2003). Prendetene almeno uno, (banalmente, il primo, che mette d’accordo un po’ tutti), e mentre l’ascoltate leggetevi qualche passo dell’Esodo.
Ma la voce di dentro lo chiama a nuove sfide e prende un’altra strada, che sta ancora percorrendo, con il piglio di uno che grida nel deserto. Quanto è buona la novella annunciata da Wovenhand? Non appare certo consolatoria, è roba forte, per gente che s’esalta al pensiero delle battaglie escatologiche, però risulta pure turbinosamente liberatoria. Nei tredici albums e venti anni di “predicazione” (dal 2002 ad oggi), questo tempestoso rock ricco di umori ed inflessioni, trascina sulle montagne russe tra incendi elettrici che sfiorano il raga e ballate acustiche, mantenendo un impatto viscerale che uncina il cuore, al di là della condivisione delle mistagogie, delle attitudini giovannee e degli inevitabili cali di tensione. Lascia aperte molte possibilità d’esegesi artistica, fino al teatro-danza.
Il cratere a volte si apre tanto che a guardarci dentro vediamo l’altrove. Successe in un novembre del 2010, quando Edwards passò in Umbria con tutto il suo carico di questioni bibliche ed escatologiche ed il suono potente, mistico, noise e gotico, debordante di una tensione ascensionale, profetica. San Domenico sembra essere “il luogo” per Wovenhand. Quest’americano sul crinale del fraintendimento (come quando i ragazzi dell’Azione Cattolica cantano Imagine, ma alla rovescia), comunque sia apocalittico e grandioso, prendeva possesso dello spazio e infiammava gli animi. “Aveva visto” e lo comunicava. In The Threshingfloor salmodia Bara Devlam / Bara Devlam / Davlam Bara / Devlam Bara / Istenem. È la lingua dei rom Lovari, influenzata dall’ungherese e dagli idiomi dell’occidente slavo. I Lovari, per diaspora, sono arrivati in Arizona. E sono presenti anche in Ucraina, vedi un po’. Quei versi invocano il Sabaoth, il Dio degli Eserciti.
Nella grande navata ognuno, monadicamente, stava combattendo la propria battaglia.
Lingua da sciamano e mano pesante / Insieme hanno fatto un pugno / Mi hanno messo giù e io non mi rialzo / E ora come un vecchio bambino / lo tramanderò / Quindi il vento mi solleverà / Guardami sollevato dal vento [Your Russia – Wovenhand]