02 Maggio 2022

Vijay Iyer

Dionisio Capuano
Vijay Iyer

Cos’è il Jazz? Amico, se lo devi chiedere, non lo saprai mai. [Louis Armstrong]

C’è un consenso unanime (ma non è così vero…) intorno ad alcune figure e ci si insospettisce. Qualcosa non va: un trucco? Un’operazione da Ministero dell’Amore? Se poi ce ne freghiamo di quanto si dice e si va semplicemente alla scoperta, con approccio istintuale, senza pregiudizi né aspettative, l’unica cosa da dire – per esempio – a riguardo di Vijay Iyer è che, ad oggi, ogni (sottolineiamo ogni) ascolto è stato semplicemente piacere. Perché? È capace di prospettare la vita da un altro punto di vista. Quello del desiderio. Proprio nella sua dimensione politica.

Vijay Iyer nasce con dei doni, sicuramente in un contesto favorevole. Ma è la classica ricostruzione a posteriori. Inizia a suonare a tre anni il violino, scopre il pianoforte da autodidatta, compie studi scientifici, ha sangue indiano pur essendo incontestabilmente americano. Si intuisce una identità spiccata che, al di là di tutte le possibili contaminazioni e congiunzioni, genera uno spazio-tempo tutto proprio, ma aperto. Un fulcro di relazioni. Lo si avvertì in principio con “Memorophilia” (1995). Cosa facevate voi a venticinque anni (certo, cose importanti…), lui, tra le altre cose, suonava Stars Over Mars.

Da lì è stato un profluvio di note, rivolanti dal pianoforte e da tutti quegli umani con strumenti musicali che lo hanno accompagnato, lo stanno accompagnando, lungo un percorso che scintilla di invenzioni e suggestioni. La musica ci rammenta il nostro futuro. Iyer, emozionalmente, come una sfida, ci ricorda che la storia siamo noi. Ce lo suona nel centro dell’anima. C’ha fatto tutto un disco (anche più di uno, ci suggeriscono), di quelli che non riesci a spiegare (nell’essenza), pur essendo stati anatomizzati da una baraonda di recensioni, “Historicity” (2009).

La dimensione “trinitaria” ha la sua purezza, un significato ontologico ed un fascino apodittico. Ma il pianista di Albany esplora tutte le possibilità combinatorie delle umane relazioni e della creatività. Dal solo ai corpi orchestrali (ed è sempre meraviglia) sembra esserci, alla fine (al principio), la stessa forza sintropica, organismica. Che si esprime con caratteri d’essenzialità. Dalle cosmogonie particellari insieme a Wadada Leo Smith ai discorsi sulle storie dell’America (Vietnam, post-11 settembre) con Mike Ladd.

Vijay Iyer ha suonato in sestetto ad Umbria Jazz il 22 luglio 2018, al Teatro Morlacchi. Con lui Mark Shim al tenore, Steve Lehman al contralto, Graham Haynes alla tromba ed elettronica, Stephan Crump al contrabbasso e Jeremy Dutton alla batteria. Allineamento (e dialogo) di stelle per una musica dove struttura ed improvvisazione definivano l’ampiezza emotiva del godimento totale, quello che le sonorità del jazz sanno ben accendere penetrando, attraverso l’udito, nella rete bio-psichica.

Un set dalla portanza classica in cui si è espansa la complessità fantasmagorica d’un ensemble dai carismi non sostituibili. Se da programma Iyer era il leader, il sistema dei ruoli era in verità solo l’escamotage organizzativo d’un corpo che è più grande della somma delle sue parti, lo screenshot d’un organismo dinamico e multidimensionale. Per quasi un paio d’ore si è rinnovata la magica esperienza dell’ascolto assoluto. Dentro-fuori, privato-politico, passato-futuro non avevano troppo senso, c’era soltanto un qui ed ora. La musica, una porta. La libertà, una pratica che comincia dal suono. Partecipazione.

Il jazz è musica della venuta, musica che crea [Amiri Baraka]

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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