Prima di sentirsi scrittore di romanzi, Bukowski si sentiva un poeta. Era quella la sua aspirazione originale, la sua professione autentica. Lo confidava anche alle donne di strada con cui si accompagnava: ’Sono un poeta’, e loro lo guardavano incredulo. Un giorno raccontava a Fernanda Pivano:’ La poesia è sempre la cosa più facile da scrivere, perché la si può scrivere quando si è completamente ubriachi o completamente felici o completamente infelici. È un’espressione emotiva che salta su’. ‘Sono molto semplice, e quando scrivo poesie trattano cose semplici. E credo per questo tanta gente che per lo più non riesce a leggere poeti, quando legge la mia roba capisce di che cosa sto parlando’. Infatti, è impossibile fraintenderlo: i bar, il night, le puttane, i mestieri umili e mal pagati, le risse, riflessioni, questo è il suo mondo. Non ci sono quasi mai rime, ma c’è quasi sempre un ritmo, sincopato come musica jazz. Ogni parola è pensata, studiata, meditata come una nota, non scrive mai niente a caso. ‘Dire le cose nel modo più semplice possibile e dire lo stesso quello che è necessario dire’, così gli piace scrivere. Talvolta nella nostra vita, ci sarebbe piaciuto essere liberi e anarchici così tanto come lui: ironico e dolente, sincero sino alla spietatezza, romantico senza diventare mai sentimentale.
1 – Classici
La nostra insegnante d’inglese alle medie.
Mrs Gredis, non sedeva dietro
la cattedra, lasciava libero
il primo banco e ci montava sopra
con le gambe ben accavallate e
noi fissavamo quelle lunghe gambe
di velluto, quei fianchi magici,
quella tiepida carne scintillante
mentre lei dava di anca
e riaccavallava le gambe
con quelle scarpe nere tacco a spillo
e parlava di Hawthorne
e di Melville e di Poe e di quegli altri.
Noi ragazzi non sentivamo una parola
ma inglese era la nostra materia
preferita e di Mrs Gredis non
dicemmo mai male, di lei non
parlavamo nemmeno tra noi,
ci bastava star lì seduti a guardarla
e sapere che le nostre madri
non erano così e che le compagne
di classe non erano così
e che persino le donne di strada
non erano così.
Nessuna era come Mrs Gredis
e lo sapeva pure Mrs Gredis,
là seduta sul primo banco,
appollaiata di fronte a 20 maschi
quattordicenni che mai l’avrebbero
dimenticata
attraverso le guerre e gli anni,
mai una così
che parlando ci studiava,
osservava noi incantati da lei,
c’era riso nei suoi occhi,
sorrideva,
accavallava e riaccavallava le gambe
ancora e di nuovo
la gonna saliva, spostandosi
delicatamente sempre più su
mentre parlava di Hatwthorne
e di Poe e di Melville e d’altro
finchè suonava la campana
che concludeva la lezione,
l’ora più rapida della nostra giornata.
Grazie Mrs Gredis,
per la più meravigliosa
delle lezioni,
con lei la scuola
era più che
facile,
grazie Mrs. Gredis,
grazie.
2 – Primo Amore
Un tempo
quando avevo 16 anni
c’era solo qualche scrittore
a darmi speranza
e conforto.
A mio padre non piacevano
i libri e
a mia madre neppure
(perché non piacevano al babbo)
specie i libri che prendevo io
in biblioteca:
D.H. Lawrence
Dostoevskij
Turgenev
Gorkij
A. Huxley
Sinclair Lewis
e altri.
Avevo la mia camera da letto
ma alle 8 di sera
bisognava filare tutti a nanna:
‘il mattino ha l’oro in bocca’,
diceva mio padre.
Poi gridava:
‘LUCI SPENTE!’
Allora mettevo la lampada
sotto le coperte
e continuavo a leggere
sotto la luce calda e nascosta:
Ibsen
Shakespeare
Cechov
Jeffers
Thurber
Conrad Aiken
e altri.
Mi offrivano una opportunità e qualche speranza
in un posto senza opportunità
speranza,
sentimento.
Me la guadagnavo,
faceva caldo sotto le coperte,
qualche volta fumavano le lenzuola
allora spegnevo la lampada,
la tenevo fuori per
raffreddarla.
Senza quei libri
non sono del tutto sicuro
di cosa sarei diventato:
delirante;
parricida;
idiota;
buonannulla.
Quando mio padre gridava
“LUCI SPENTE!”
son sicuro che lo terrorizzava
la parola ben tornita
e immortalata
una volta per tutte
nelle pagine migliori
della nostra più bella
letteratura.
Ed essa era lì
per me
vicina a me
sotto le coperte
più donna di una donna
più uomo di un uomo
era tutta per me
e io la presi.
3 – Un posto a Filadelfia
Non c’è niente come esser giovani
e affamati,
vivere in camere ammobiliate
e far la parte dello
scrittore
mentre gli altri hanno
i loro mestieri e
i loro averi.
Non c’è niente come essere
giovani e
affamati, ed ascoltare Brahms,
a pancia sgonfia,
manco un’oncia di
grasso,
allungati sul letto
nel buio,
fumando una sigaretta
rollata alla bell’e meglio
e lavorando sulla
ultima bottiglia di
vino,
i fogli che hai
scritto sparsi per
terra.
Ci sei passato sopra,
avanti e indietro e di traverso,
sui tuoi capolavori che saranno
letti
all’inferno
o forse
masticati da un
topino
curioso.
Brahms è l’unico che
vuoi,
lui e la bottiglia
di vino,
mentre capisci che
non sarai mai
cittadino del
mondo,
e se arriverai
vecchio
fino in fondo
lo stesso non sarai mai
cittadino del
mondo.
Vino e Brahms
si mischiano ben bene mentre
guardi le luci
rincorrersi
lungo il soffitto,
per gentile concessione
delle auto di passaggio.
Tra un po’ dormirai
e certamente
domani
aumenterà
la mole
dei tuoi capolavori.
4 – Gran serata in città
Sbronzo nelle strade buie di qualche città,
è notte, sei perso, dov’è la tua
stanza?
Entri in un bar per trovare te stesso,
ordini whisky con acqua,
l’umidità viscida del dannato locale
ti inzuppa fino alle maniche.
È un pub di cialtroni, lo scotch è fiacco.
Ordini una bottiglia di birra.
Madama Morte ti viene vicino
in abito da sera.
Siede,
le ordini birra,
lei puzza di marcio,
ti preme contro
una gamba.
Il barman sogghigna.
Lo fai preoccupare,
non sai dire chi sei,
uno sbirro, un killer,
un pazzo o un
idiota.
Chiedi una vodka.
versi la vodka
nella bottiglia di birra.
È l’una di notte in un mondo da cani.
Le chiedi quanto costa un pompino.
Ingolli il tuo cocktail,
sa di olio per auto.
Lasci lì Madama Morte.
E il barman ghignante.
Ti sei ricordato dov’è
la tua stanza.
La stanza con la bottiglia
piena
di vino sul comò.
La stanza dove danzano
gli scarafaggi.
Perfezione stellare
dove muore l’amore
ridendo.
5 – Il bicchiere della staffa
Non c’è un angelo vendicatore o un rosso demonio fiammeggiante
ci sono soltanto io qui seduto
a giocare con le parole
a 70 anni.
Sono decenni che faccio
questo gioco.
A volte la gente mi riconosce per strada
e si entusiasma.
‘Calma’, dico, ‘ non è niente’.
Gli dei sono stati gentili con me,
tenendomi fuori da prigioni
o manicomi o ospedali.
Tutto considerato
godo di salute
eccezionalmente buona.
Credetemi, non immaginavo
di vivere così a lungo,
pianificavo
una rapida uscita di scena
per cui ho vissuto
con sprezzante abbandono.
Non arrabbiatevi, non intendo
impossessarmi della scena per sempre.
Se viene fuori qualcuno
di appena decente
sarò lieto di farmi
da parte.
Scriverò solo per me stesso
e a me stesso,
che è poi quello
che sempre ho fatto.
Sì, sì, ho avuto fortuna
e ancora ce l’ho, abbiate pazienza vi prego,
un giorno me ne andrò,
non insozzerò più le pagine
con versi semplici e crudi.
Diventerò starnamente quieto
e allora potrete
rilassarvi.
Ma per adesso, per stasera,
scrivo,
musica classica come sempre
alla radio,
combatto col
computer
e le parole si formano
e brillano sullo schermo.
Figlio di mignotta, voi
non avete idea di che
corsa adorabile e selvaggia
sia stata questa.
Sicché ora riempio il bicchiere
e brindo a tutto quanto:
ai miei fedeli lettori
che mi hanno tenuto
sempre a galla,
a mia moglie
e ai miei gatti
e al mio editore,
e alla mia auto
che aspetta
qui fuori
di portarmi
domani alle corse,
e brindo all’ultima riga
che mai scriverò.
È stato un miracolo
al di là di ogni
miracolo.
“Cin, cin!”
come si diceva
un tempo.
Grazie.