10 Maggio 2021

Tuxedomoon

Dionisio Capuano
Tuxedomoon

Joeboy si era svegliato da poco, un raggio di sole l’aveva raggiunto.

La stagione sembra lontana, viepiù perché inebriata da vertigini proiettate su orizzonti di audacia e possibilità che oggi, pare, non sono date. Si sognava una nuova California, di suoni esplorativi, combinatori e trasformativi. Erano proprio i mélange, i blend umorali che affascinavano noi abitanti dei sobborghi dell’impero. Tra le suggestioni più forti i Tuxedomoon, che agli esordi suonano acidi ma la cui formula possiede già una raffinatezza polivocale, come evidenzia la Colorado Suite (Early Studio Explorations), datata settantasette.

Si vagheggiava un futuro che era un fantasma. Non ce ne eravamo accorti; non capivamo perché tanta emozione per suoni definiti, accidiosamente, “nuova onda”. Era una risacca che ributtava, sulla spiaggia dei nostri desideri, i resti dei fallimenti a venire. La luna in frac nasce al San Francisco City College, dove sono compagni di studi Blaine L. Reininger (violino, soprattutto) e Steven Brown (tastiere, principalmente). La temperie è del punk ma – come si è visto – le attitudini sono altre, più “arty”, oblique. Gli extended playing di esordio, “No Tears” (1978) e “Scream With a View” (1979) fanno parte della dotazione minima di tutti gli afiocionados dello “sperimento dunque sono”.

Siamo d’acchito trasportati in atmosfere notturne, dove l’esistenzialismo confina con l’horror, immersi in una allucinata inquietudine urbana, con tratti berlinesi (New Machine). Musica folgorante e senza seguito nella pur eccellente produzione discografica del gruppo, che intanto s’è incrementato di altri due membri, Michael Belfer (chitarra), presenza avventizia, e Peter Dachert “Principle”, colonna portante. “No tears for the creatures of the night” è rimasto fisso in testa, vero e proprio earworm, dormiente nei recessi della memoria e basta pochissimo per risvegliarlo.

I Tuxedomoon rifiniscono il loro suono in due album: “Half Mute”(1980) e “Desire” (1981). Più secco il primo, desertico negli essenziali tratteggi melodici, con i colori bruciati dei panorami dell’entroterra californiano. Contaminato di decadenza e suggestioni retrò il secondo, che rafforza la fama della band in Europa. Con “Devine” (1983), musiche per un balletto di Maurice Bèjart, si accentua il carattere decadente e cameristico del loro immaginario ed il destino sembra segnato. Trasferitisi nel vecchio continente, lavorano tra Rotterdam, Bruxelles e l’Italia, avendo modo di curare anche significative carriere solistiche. Steven Brown, ad esempio, realizza “Brown Plays Tenco: Le Canzoni Di Luigi Tenco”. Saremmo così arrivati al 1988; ma invero già all’inizio del decennio la band aveva visitato lo stivale. La prima volta fu al Teatro Antoniano di Bologna, nel dicembre del 1980. E ci saranno altri passaggi, come quello in Rai del 1988, in occasione del “Reunion Tour”.

L’anno dopo partecipano a Rockin’ Umbria; esce pure “Ten Years in One Night”, bilancio e nostalgia dal vivo, una testimonianza di resistenza. Così ci risuonò dentro la loro musica a tre giorni dal solstizio d’estate. Ad Umbertide un ripasso di emozioni e qualche proiezione, le ferite che restano aperte, (sì, esatto, No Tears) e attese reviviscenze, What Use. Da lì un po’ ci distraemmo, ma il gruppo ed i singoli musicisti continuavano a fare dischi, macinare tournée. Poi il 17 luglio 2017 Peter Dachert ha lasciato questa terra, proprio mentre stavano lavorando a nuovi progetti e a pochi giorni dall’esibizione al Festival “Inne Brzmienia”, “altri suoni” in quel della Polonia. Possiamo ancora sentir cantare sul palco di Lublino “dammi un nuovo rumore, dammi un nuovo affetto”, con le note dell’inconfondibile basso, cogliendo curiose sfumature, addirittura assonanze con Heroes. Sarà che abbiamo “bisogno di vedere di più / che solo tre dimensioni”.

Si affacciò alla finestra, vedeva una vallata immersa in una foschia primaverile e strane costruzioni e una cupola.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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