Da alcuni giudizi sui suoi versi: “…una poesia di sensi e sentimenti, cui si va a raccordare una memoria che s’allunga sui tempi d’una consuetudine quotidiana prolungabile all’infinito, di modo che, in ogni giorno che passa, e mentre la vita respira, niente vada perduto” (M. Onofri). “…la capacità di far convivere, o sostenere la presenza simultanea di felicità, amore e dolore…idillio e tragedia, canto funebre e celebrazione della vita nei suoi momenti assoluti, quando il tempo si incanta, si ferma di fronte alla perfezione di una serie di gesti e di parole (A. Berardinelli). “AlbaDonati, mite e impavida poetessa non dell’astrazione e del sublime, ma della storia risolutamente incarnata nella nostra debolezza e nelle nostre altezze più splendenti, ode gli urli e le dolcezze anche del silenzio, e ne fa parole che migrano da uomo a uomo, nell’errabonda lezione della poesia” (S. Zavoli). Come dice Giuseppe Conte, fa parte di quella poesia che prende la realtà e la contraddice, la modifica, le inietta sogni, passioni, utopie, speranze, rendendo la nostra vita sulla terra più vera e più magica, più sensata e più libera, più degna di essere vissuta. Comprammo e leggemmo il libro con tutte le sue poesie una prima volta nel 2018, poi, come succede, lo abbiamo ripreso in mano poco tempo fa, e rileggendole ci sono piaciute ancora di più, confermandoci il valore di questa autrice.
Dimmi dove si arriva
Dimmi dove si arriva
per questa strada
papà,
si cammina e si cammina
ci togliamo
giacchetta e pantaloni,
insieme lo stesso gesto
per rallentare il tempo,
tu così piccolo
che io so più di te,
ho portato a compimento
le tue mani,
il loro modo di alzarsi,
di girare per aria
per ricadere vicine,
insieme abbiamo curato
la tua salute,
ma sei ancora tu
dove c’è da andare:
è notte, là fuori,
lampi inaspettati
indicano un cespuglio,
uno steccato,
più in là
un profilo di pietre
è notte più che notte,
è quasi l’alba là fuori
e tu con un sorriso
apri la porta.
Tutte le volte
Tutte le volte che torni
si inaugura la possibilità
meravigliosa dell’amore.
Non chiedermi se amo
il tuo corpo qui e ora,
se formiamo un paesaggio
in questo stare uniti.
Siamo per il momento
giusti per tutti gli altri,
che ci useranno
per il loro bene.
Una madre
Non ti ho mai
amata direttamente
ti ho vista parlare
con i miei amici
ti ho guardata
sbadatamente
mentre attraversavi
una città non tua
e allora lì scoppiava
in me la tenerezza
ma per dirtelo, no,
non era il caso
non ce l’ho fatta
a sopportare la tua vita,
che si aggirava nuda
e povera
in un mondo
non tuo.
Del rito sacrale
Del rito sacrale
m’incanta quel tempo
che dopo la comunione
si fa domestico
il silenzio fuori
delle mattine domenicali,
lo sbattere del piattino
contro il calice,
il gesto di asciugare,
di riporre,
di passare gli oggetti,
le mani che si toccano
per caso,
il panno di lino.
E così dopo ogni amore,
prima dei saluti
dovrebbe esserci
questo minuto eterno
nel quale tu e io
ci passiamo i vestiti,
ci rimettiamo le scarpe,
tiriamo su le lenzuola
e ci predisponiamo
a un saluto sereno.
Ogni messa, lo sai,
finisce in allegria,
in scoppi di risate
sui gradini
e corse a chi fa prima
ad arrivare a casa
e con quel piacere dentro,
lento incontenibile
di saperci ancora
tutti insieme
la prossima domenica.
Non desidero
Non desidero
essere originale
l’amore mi piace così
come deve essere:
fedele,
ripetitivo,
corporale.
I gatti
Quieti e calmi
i miei due gatti
stanno dove sto io,
se studio, nello studio
se dormo, sul letto
sulle sedie
se cucino.
Amano la compagnia.
Chissà che fanno
quando non ci sono
quando devono
bastare a se stessi.
Io mi sposto
e loro si stendono
intorno alla tastiera,
sulle pagine
del libro aperto
e la notte
in fondo ai piedi:
come i Lari adolescenti
intorno alle mura
della casa.
Anche però
si amano tra loro
si leccano
per minuti interi
i musetti.
E poi di nuovo in tre:
respirare insieme
riposare insieme
guardare dritti nel vuoto
felici di essere
una famiglia
di non spaventati,
di calmi, di tranquille
persone di casa.
A un certo punto
qualcosa si muove
e aleggia come
un bianco fantasma:
è qualcosa di noi tre
che unito
vaga nell’aria,
siamo noi
che stando bene
abbiamo prodotto
una sostanza
che sta bene,
e rimane ferma
sulle nostre teste,
ci protegge.
Se fossimo morti
rimarrebbe nell’aria
della sera
come pegno d’amore
per la compagnia
dei vivi.
Fernando
Perché un vecchio
come lo zio Fernando,
arrivato a novantasei anni,
dal suo letto
in cima al paese
urli e chiami la mamma.
Perché prima di lui tanti,
scappati di casa
e carponi risaliti
sulla strada che portava
alla casa dell’infanzia,
senza ascoltare consigli.
Del come ci sia
questo spazio intermedio
tra la vita e la morte
in cui si cancella
tutto il tempo,
e si stia inermi
come neonati
nelle braccia
di chi ci ha amato.
Come se la vita
non fosse accaduta.
Come se costruirsi
una personalità, fosse,
all’improvviso,
un tempo perso,
perché in verità
non volevamo
che sostare
e chiedere conforto.
Adesso ci fa compagnia
il grido cadenzato,
quasi di ora in ora,
dello zio, che si spinge
giù dall’alto,
sui tetti delle case
più in basso
e ci contiene:
è come
un dio del tempo,
un Re che
dal suo castello
col suo grido di dolore
tenga in scacco
il villaggio.
Fuori stanno calmi
i boschi nella notte,
e adesso anche loro
vanno a dormire
noi di via della Penna,
di via della Chiesa,
rimaniamo sovrastati
dalla morte,
ma così,
tra una figlia e una moglie,
così stretto
come potrai cadere via?
Mai nessuno
nella vita
si sarà sentito
tanto al sicuro.
Del perché adesso
mentre stavo
scrivendo di te,
sei morto,
alle nove del mattino,
alla fine di luglio.
Non c’è più nessun
padrone nel castello
tutta la favola
della vita
al confine con la morte
e della tua mente
sospinta all’indietro
che batteva il tempo
per tutti noi,
è finita.
Mi ricordo di te
a ottant’anni
nella vigna
appoggiato
al bastone,
col solito
sguardo da bambino
varcavi
in lungo e largo
i tuoi confini,
ti godevi
la giornata
che a quell’ora
ancora ti portava
dove erano
le cose tue
più care.
Di quella fierezza
non ho più avuto notizia
né mi è capitato
altre volte
di conoscere
così bene il senso
della parola appartenere,
così come tu
appartenevi
a quella vista,
con la figura
di tua madre
ancora tiepida
nel petto.
Perché ci sia
questa magia
dell’uomo che cammina,
in un tempo
che a dispetto di molti,
non si ferma,
non finisce,
e si assottiglia
per arrivare a domani.
Idillio con cagnolino
La sera ci trova
allineate nel lettone.
La luce del viale,
dalla finestra,
disegna sul piumone
una trama imperfetta
di alberi e foglie.
La gioia invece spinge
la luce da dentro
i nostri corpi a uscire
fino sopra
i nostri visi.
Tu con il tuo libro
“ da grande”,
io con il mio libro
da grande.
Tu con la tua risatina
da bambina,
io con la gioia.
E tra noi,
in fondo al letto,
disteso a zampe in su
come chi guardasse
il paradiso,
il nostro cagnolino.
Mai Courbet avrebbe
potuto fare di meglio
nel celebrare l’idillio
di una sera cittadina.