Nato a Livorno, maestro elementare, violinista, traduttore, critico letterario. Nei suoi temi la presenza della città, il sapore del viaggio e il pensiero volto al senso sfuggente dell’esserci. “Giorgio Caproni ha saputo essere il poeta sia della narrazione che della meditazione, della trasparenza lieve della parola e della complessità del pensiero di fronte al senso molteplice e inquietante dell’esistere… Il suo racconto riesce spesso, pur nella viva concretezza delle situazioni, a essere metaforico e metafisico. Ha una sua sensibilità naturale per il verso e per la parola, nel suo valore di senso articolato e di musica, musica in costante movimento. …Un poeta che tanto ci ha dato in profondità complessa e nel prodigio elegante e mobilissimo dello stile e dei registri, passando dall’ariosità lieve alla densità poematica, dal tono popolaresco alla raffinatezza ricercata…Spesso ha saputo donarci versi di una memorabile e delicatissima trasparenza” (Maurizio Cucchi). Altre volte riesce a comunicare, come dice Silvia Avallone, il nostro limite strutturale, la vastità di tutto quello che non sappiamo, che non riusciamo a dire, ci ricorda quanto siamo precari e fragili. Possiamo morire di paura oppure accettare il non controllo delle cose, la mutevolezza del linguaggio e del reale. Infine, come prima sua poesia, ne presentiamo una dedicata proprio ad Assisi, credo sconosciuta ai più.
Assisi ha frenato il dardo
Assisi ha frenato il dardo,
la fame. Fu fedeltà.
La strada che con coraggio
prendemmo al buio, non fa
capo al rossore: è un raggio
nel cerchio di santità.
Stampiamolo nel ricordo,
il sasso roseo d’Assisi,
apparso col primo esordio
del sole! Sui nostri visi
un giorno sparsi, sarà
rogo di lacrime: “Assisi!”,
il sangue conclamerà.
Alziamolo nella memoria,
l’altare fondo del Santo,
che spense l’aperta gloria
dell’erba del nostro pianto
muto di comunione,
d’irraggiungibile unione.
(Un tempo ci sferzerà
come una frusta il viso
quel buio chiaro, inciso
in petto senza viltà).
Consolazione di Max
Mi piacciono i colpi
a vuoto.
I soli che
infallibilmente
centrino ciò
ch’enfaticamente
viene chiamato
l’Ignoto.
Amore, com’è ferito il secolo
Amore, com’è ferito
il secolo, e come siamo soli
-tu, io- nel grigiore
che non ha nome. Finito
è il tempo dell’usignolo
e del leone. Il blasone
è infranto. Il liocorno
orma non ha lasciato
sul suolo: l’Ombra, è in cuore.
Ma memorando è il tuono
Ma memorando è il tuono
del treno scoccato all’Umbria
all’improvviso -il frastuono
spento di colpo a Foligno
dove, posando in ore
dure di stelle, un afrore
rancido estremo addio
suonò alla terra -al sasso
scagliato privo di sguardo
del nostro amore a Dio.
Perch’io
…perch’io, che nella notte abito solo,
anch’io, di notte, strusciando un cerino
sul muro, accendo cauto una candela
bianca nella mia mente- apro una vela
timida nella tenebra, e il pennino
strusciando che mi scricchiola, anch’io scrivo
e riscrivo in silenzio e a lungo il pianto
che mi bagna la mente…
A mio figlio Attilio Mauro
che ha il nome di mio padre
Portami con te lontano
…lontano..
nel tuo futuro.
Diventa mio padre, portami
per la mano
dov’è diretto sicuro
il tuo passo d’Irlanda
-l’arpa del tuo profilo
biondo, alto
già più di me che inclino
già verso l’erba.
Serba
di me questo ricordo vano
che scrivo mentre la mano
mi trema.
Rema
con me negli occhi al largo
del tuo futuro, mentre odo
(non odio) abbrunato il sordo
battito del tamburo
che rulla -come il mio cuore: in nome
di nulla—la Dedizione.
Congedo del viaggiatore cerimonioso
Amici, credo che sia
meglio per me cominciare
a tirar giù la valigia.
Anche se non so bene l’ora
d’arrivo, e neppure
conosca quali stazioni
precedano la mia,
sicuri segni mi dicono,
da quanto m’è giunto all’orecchio
di questi luoghi, ch’io
vi dovrò presto lasciare.
Vogliatemi perdonare
quel po’ di disturbo che reco.
Con voi sono stato lieto
dalla partenza, e molto
vi sono grato, credetemi,
per l’ottima compagnia.
Ancora vorrei conversare
a lungo con voi: Ma sia.
Il luogo del trasferimento
lo ignoro. Sento
però che vi dovrò ricordare
spesso, nella nuova sede,
mentre il mio occhio già vede
dal finestrino, oltre il fumo
umido del nebbione
che ci avvolge, rosso
il disco della mia stazione.
Chiedo congedo a voi
senza potervi nascondere,
lieve, una costernazione.
Era così bello parlare
insieme, seduti di fronte:
così bello confondere
i volti (fumare,
scambiandoci le sigarette),
e tutto quel raccontare
di noi (quell’inventare
facile, nel dire agli altri),
fino a poter confessare
quanto, anche messi alle strette,
mai avremmo osato un istante
(per sbaglio) confidare.
(Scusate. È una valigia pesante
anche se non contiene gran che:
tanto ch’io mi domando perché
l’ho recata, e quale
aiuto mi potrà dare
poi, quando l’avrò con me.
Ma pur la debbo portare,
non fosse che per seguire l’uso.
Lasciatemi, vi prego, passare.
Ecco. Ora ch’essa è
nel corridoio, mi sento
più sciolto. Vogliate scusare).
Dicevo, ch’era bello stare
insieme. Chiacchierare.
Abbiamo avuto qualche
diverbio, è naturale.
Ci siamo -ed è normale
anche questo – odiati
su più d’un punto, e frenati
soltanto per cortesia.
Ma, cos’importa. Sia
come sia, torno
a dirvi, e di cuore, grazie
per l’ottima compagnia.
Congedo a lei, dottore,
e alla sua faconda dottrina.
Congedo a te, ragazzina
smilza, e al tuo lieve afrore
di ricreatorio e di prato
sul volto, la cui tinta
mite è si lieve spinta.
Congedo, o militare
(o marinaio! In terra
come in cielo ed in mare)
alla pace e alla guerra.
Ed anche a lei, sacerdote,
congedo, che m’ha chiesto s’io
(scherzava!) ho avuto in dote
di credere al vero Dio.
Congedo alla sapienza
e congedo all’amore.
Congedo anche alla religione.
Ormai sono a destinazione.
Ora che più forte sento
stridere il treno, vi lascio
davvero, amici. Addio.
Di questo, sono certo: io
son giunto alla disperazione
calma, senza sgomento.
Scendo. Buon proseguimento.
Alba
Amore mio, nei vapori d’un bar
all’alba, amore mio che inverno
lungo e che brivido attenderti! Qua
dove il marmo nel sangue è gelo, e sa
di rifresco anche l’occhio, ora nell’ermo
rumore oltre la brina io quale tram
odo, che apre e richiude in eterno
le deserte sue porte?… Amore, io ho fermo
il polso: e se il bicchiere entro il fragore
sottile ha un tremito tra i denti, è forse
di tali ruote un ‘eco.
Ma tu, amore,
non dirmi, ora che in vece tua già il sole
sgorga, non dirmi che da quelle porte
qui, col tuo passo, già attendo la morte.