15 Novembre 2020

Spoon River

Claudio Volpi
Spoon River

‘Tu morirai, certo, ma morirai vivendo’

Di regola la morte è liberatoria, e anche chi in vita ha taciuto, rannicchiato nel bozzolo dell’invidia e dell’ipocrisia, da sotto la propria lapide diventa loquace, racconta ‘come è andata davvero’. Per questo il grande libro di Edgard Lee Masters  (1868-1950) intriga e appassiona i lettori più diversi, e le nuove generazioni non si stancano di riscoprirlo e ritradurlo. È storia locale, documento sociologico, stampa fotografica di una cittadina americana del Mid-West all’inizio del Novecento, sospesa tra tradizione e modernità. Ma è anche poesia: lì la provincia è il mondo, e i cittadini, notabili e pezzenti, integerrimi e ubriaconi, decrepiti o spezzati nel fiore della giovinezza, tutti con i loro precisi nomi e cognomi americani, diventano tipi universali. Leggiamo i nomi scritti in calce alle epigrafi del cimitero americano; leggiamo le epigrafi stesse: le poesie. Abbiamo in un lampo l’intero percorso di una vita, o, in un lampo, vediamo l’episodio decisivo, magari imprevisto, che a questa vita, nel bene o nel male, pose il suggello. Nel momento stesso in cui il suggello si pone, e la voce comincia a suonare da un altrove che non conosciamo, da un altro mondo, in quel momento anche noi lettori sentiamo di aver lasciato le spoglie terrene, sentiamo anche noi d’essere diventati polvere, d’essere approdati ad un altrove dal quale, con occhi nostalgici, contempliamo la vita che abbiamo vissuto. Nel cimitero sulla collina di Spoon River i morti parlano, hanno il privilegio di poter guardare la loro tomba, tra le lapidi si leva un concerto di voci: raccontano la loro morte,e intanto dicono la vita.

Alexander Throckmorton

Da giovane, le mie ali erano forti e instancabili,
ma non conoscevo le montagne.
Da vecchio conoscevo le montagne
Ma le mie ali stanche non potevano tener dietro alla visione-
Il genio è saggezza e gioventù.

Roscoe Purkapile

Mi amava. Oh, come mi amava!
Non ebbi via di scampo
Dal primo giorno che mi vide.
Ma poi quando fummo sposati pensai
Che poteva morire e lasciarmi libero,
o magari divorziare.
Ma poche muoiono, nessuna rinuncia.
Allora scappai via e me la spassai per un anno.
Ma lei non si lamentò mai. Diceva che tutto
Si sarebbe risolto,
che sarei tornato. E tornai.
Le raccontai che mentre facevo un giro in barca
Ero stato catturato dalle parti di Van Buren Street
Dai pirati del lago Michigan,
e tenuto in catene, così non avevo potuto scriverle.
Lei pianse e mi baciò, e disse che era crudele,
vergognoso, disumano!
Allora mi convinsi che il nostro matrimonio
Era una grazia del cielo
E non poteva essere sciolto,
se non dalla morte.
Avevo ragione.

Edmund Pollard

Vorrei aver immerso le mie mani di carne
Nelle corolle dei fiori gremiti di api,
nello specchiante cuore di fuoco
della luce della vita, Il sole della gioia.
A che servono petali o antere
O aureole? Illusioni, ombre
Del cuore del fiore, la fiamma centrale!
Tutto è tuo, giovane viandante;
entra nella sala del banchetto con questa certezza:
non avanzare timoroso come se dubitassi
d’essere il benvenuto -è la tua festa!
E non prendere solo un poco, rifiutandone ancora
Con un timido ‘grazie’, quando hai fame.
È viva la tua anima? Allora che si nutra!
Non lasciarti alle spalle balconi da scalare;
né bianchi seni di latte su cui riposare;
né teste dorate con cui dividere il guanciale;
né coppe di vino quando il vino è dolce;
né estasi del corpo o dell’anima,
tu morirai, certo, ma morirai vivendo
in profondità di azzurro, rapito nell’amplesso,
baciando l’ape regina, la vita!

La Signora Merritt

Muta davanti alla giuria,
non una parola al giudice che mi chiedeva
se avevo nulla da obiettare alla sentenza,
solo scossi la testa.
Che dire a gente che pensava
Che una donna di trentacinque anni è colpevole
Se l’amante di diciannove le uccide il marito?
Anche se gli avevo detto tante volte:
‘Vattene, Elmer, vattene via di qui,
ti ho fatto impazzire col dono del mio corpo:
farai qualcosa di terribile”
E come temevo, uccise mio marito;
io non c’entravo per niente, lo giuro!
Muta per trent’anni in prigione!
E i cancelli di ferro di Joliet
S’aprirono quando le guardie grigie e mute
Mi portarono fuori nella bara.

Willie Metcalf

Ero Willie Metcalf.
Mi chiamavano ‘dottor Meyers’
Perché gli somigliavo, dicevano.
Ed era mio padre, secondo Jack McGuire.
Abitavo nella stalla,
dormivo per terra
accanto al bulldog di Roger Baughman,
o a volte in una posta.
M’infilavo fra le zampe dei cavalli più ombrosi
Senza che mi calciassero- ci conoscevamo.
Per ritrovare la sensazione, che talvolta smarrivo,
di non essere una cosa separata dalla terra.
Mi capitava di smarrire me stesso, come in sonno,
sdraiato con gli occhi socchiusi nel bosco.
A volte parlavo agli animali-perfino ai rospi
E ai serpenti-
Qualunque cosa avesse occhi in cui guardare.
Una volta vidi una pietra al sole
Che cercava di diventare gelatina.
Nei giorni di aprile in questo cimitero
I morti si raccoglievano tutti intorno a me,
e si facevano immobili, come fedeli in muta preghiera.
Non ho mai capito se fossi parte della terra
E i fiori crescessero in me, o se camminassi-
Ora lo so.

Alfonso Churchill

Per burla mi chiamavano il ‘Professor Luna’,
quand’ero ragazzo a Spoon River, nato con la sete
di conoscere le stelle.
Mi schernivano quando parlavo delle montagne lunari,
e del caldo e del freddo pungente,
e delle valli d’ebano presso le vette d’argento,
e di Spica a quadrilioni di miglia di  distanza,
e della pochezza dell’uomo.
Ma ora che la mia tomba è onorata, amici,
non fate che lo sia perché insegnai
la scienza delle stelle al Knox College,
ma invece per questo: che attraverso le stelle
predicai la grandezza dell’uomo,
che è parte del disegno delle cose
nonostante la distanza di Spica o di Andromeda;
rispetto al senso del dramma.

George Gray

Ho osservato tante volte
Il marmo che mi hanno scolpito-
Una nave alla fonda con la vela ammainata.
In realtà non rappresenta il mio approdo
Ma la mia vita.
Perché l’amore mi fu offerto ma fuggii le sue lusinghe;
il dolore bussò alla mia porta ma ebbi paura;
l’ambizione mi chiamò, ma paventai i rischi.
Eppure bramavo sempre di dare un senso alla vita.
Ora so che bisogna alzare le vele
E farsi portare dai venti della sorte
Dovunque spingano la nave.
Dare un senso alla vita può sfociare in follia
Ma una vita senza senso è la tortura
Del’inquietudine e del vago desiderio-
È una nave che desidera il mare ardentemente
Ma ha paura.

Claudio Volpi
Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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