13 Dicembre 2020

Splendori e miserie del gioco del calcio.

Claudio Volpi
Splendori e miserie del gioco del calcio.

Un giornalista chiese alla teologa tedesca Dorothee Solle “Come spiegherebbe a un bambino che cos’è la felicità?”. “Non glielo spiegherei” rispose, “gli darei un pallone per farlo giocare”. Questo e molti altri pensieri si affollano nella mente alla notizia della morte di Paolo Rossi. Estate del 1982, un esame di maturità incombente che fu rischiato di essere gettato al vento per gli effetti collaterali di un folle amore, quelle partite della nazionale seguite per scaramanzia da solo, Paolo Rossi esplode con quei tre memorabili goal al Brasile, prende in mano la squadra e la porta a vincere il Campionato del mondo di calcio in Spagna. Il calcio per noi bambini, poi adolescenti e ragazzi, era stato felicità pura, lo giocavamo ovunque, bastava un piazzale, un campo qualsiasi con un po’ di erba, un vicoletto dentro Assisi sufficientemente grande. Era felicità e libertà per tutti, non dovevi diventare per forza un campione, si giocava e ci si divertiva senza condizioni, soprattutto ti lasciavano giocare. Ora il calcio professionistico fa tutto il possibile per spegnere l’energia di felicità del calcio, ma lei sopravvive lo stesso. E forse per questo capita che il calcio non riesce a smettere di essere meraviglioso, questo è successo con l’esile Paolo Rossi. Questa è la cosa più bella che ha: la sua inesauribile capacità di sorprendere. Per quanto i ricchi e i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Quando non te l’aspetti salta fuori l’incredibile, arriva sulla scena un Maradona, che da bambino dormiva abbracciato a un pallone con il quale da grande farà prodigi, e appare dal nulla un Paolo Rossi, tutto intelligenza, intuito, istinto di rapina, che segna sei reti nel Mondiale di Spagna, fa sognare, rianima una nazione intera, conquista il mondo, diventa immortale. Quell’anno fu per noi lo splendore di questo gioco, soffocò la ragione e ci riunì insieme, molto più dell’altro mondiale vinto nel 2006. Con Paolo Rossi e la nazionale di allora “si fermò il respiro del paese, tacquero i politici, i cantori e i ciarlatani da fiera, gli amanti frenarono i loro amori, e le mosche interruppero il volo’. A Paolo Rossi, alla sua umanità garbata, disponibile, mai sopra le righe, a quegli anni della nostra vita quando ancora non avevamo paura, alla bellezza del gioco del calcio dedichiamo le ‘Cinque poesie per il gioco del calcio’ di Umberto Saba (1883-1957), dove il poeta seppe cogliere nel calcio la poesia della vita.

1 – Squadra paesana

Anch’io tra i molti vi saluto, rosso
Alabardati,
sputati
dalla terra natia, da tutto un popolo
amati.

Trepido seguo il vostro gioco.
Ignari
Esprimete con quello antiche cose
Meravigliose
Sopra il verde tappeto, all’aria, ai chiari
Soli d’inverno.

Le angosce,
che imbiancano i capelli all’improvviso,
sono da voi sì lontane! La gloria
vi dà un sorriso
fugace: il meglio onde disponga. Abbracci
corrono tra di voi, gesti giulivi.

Giovani siete, per la madre vivi;
vi porta il vento a sua difesa. V’ama
anche per questo il poeta. Dagli altri
diversamente-ugualmente commosso.

2 – Tre momenti 

Di corsa usciti a mezzo il campo, date
Prima il saluto alle tribune. Poi,
quello che nasce poi
che all’altra parte vi volgete, a quella
che più nera s’accalca, non è cosa
da dirsi, non è cosa ch’abbia un nome.

Il portiere su e giù cammina come
Sentinella. Il pericolo
Lontano è ancora.
Ma se in un nembo s’avvicina, oh allora
Una giovane fiera si accovaccia,
e all’erta spia.

Festa è nell’aria, festa in ogni via.
Se per poco, che importa?
Nessun’offesa varcava la porta,
s’incrociavano grida ch’eran razzi.
La vostra gloria, undici ragazzi,
come un fiume d’amore orna Trieste.

3 – Tredicesima partita

Sui gradini un manipolo sparuto
Si riscaldava di se stesso.
E quando
-smisurata raggiera- il sole spense
Dietro una casa il suo barbaglio, il campo
Schiarì il presentimento della notte.
Correvano su e giù le maglie rosse,
le maglie bianche, in una luce d’una
strana iridata trasparenza. Il vento
deviava il pallone, la Fortuna
si rimetteva agli occhi la benda.
Piaceva
Essere così pochi intirizziti
Uniti,
come ultimi uomini su un monte,
a guardare di là l’ultima gara.

4 – Fanciulli allo stadio

Galletto
È alla voce il fanciullo; estrosi amori
Con quella, e crucci, acutamente incide.

Ai confini del campo una bandiera
Sventola solitaria su un muretto.
Su quello alzati, nei riposi, a gara
Cari nomi lanciavano i fanciulli,
ad uno ad uno, come frecce. Vive
in me l’immagine lieta; a un ricordo
si sposa-a sera- dei miei giorni imberbi.

Odiosi di tanto eran superbi
Passavano là sotto i calciatori.
Tutti vedevano, e non quelli acerbi.

5 – Goal

Il portiere caduto alla difesa
Ultima vana, contro terra cela
La faccia, a non veder l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con mano, a rilevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla- unita ebbrezza-par trabocchi
Nel campo. Intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questo belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
-l’altro- è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.
La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa-egli dice- anch’io son parte.

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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