12 Settembre 2021

Spingi la tua spada nel mio ventre, affondala lentamente fino alla cima.

Claudio Volpi
Spingi la tua spada nel mio ventre, affondala lentamente fino alla cima.

Maria Teresa Horta (Lisbona 1937) resta una poetessa giovane, la freschezza della sua voce deriva da una esigenza di libertà e di giustizia, figlia di una curiosità che interroga e non scende a patti. La sua scrittura è un quotidiano esercizio di una ricerca di comprensione e interrogazione. In molte poesie afferma l’individualità esigente e intransigente declinata al femminile, offrendo una immagine fiera e appassionata, in cui spicca l’erotismo inteso come una dimensione paritaria in cui l’incontro è occasione di reciproca crescita, il corpo si fa linguaggio, e il pudore qualcosa di assolutamente non necessario. “Una poetessa caparbiamente umana, saggiamente trasfiguratrice, domatrice di folgorazioni che traduce in una lingua allo stesso tempo chiara e misteriosa, sempre in grado di spostare l’orizzonte un po’ più in là” (Federico Bertolazzi).

Invento

Perché sarà amore mio
che sempre
nella tua assenza tutto si sospende

e il vizio di vederti è tanto
che in ogni luogo amore
ti invento

 Notte

Di notte voglio solo vestito
il tessuto delle tue dita
e sulle spalle la frangia
della fine dei capelli

Sui miei seni voglio il marchio
del segno dei tuoi denti
e la verga delle tue labbra
a farmi male sul ventre

Fra le gambe e sul collo
voglio la pressione più ardente
e della saliva la frusta
della tua lingua silente

Amore mio

Amore mio amore mio
mio profondo segreto

mio segreto angolo
mio travaglio
più assetato

Amore mio
amore mio
mia sete più
pura

mio corpo
mia invenzione

mio futuro lamento
mia grande tenerezza

Mio acceso fuoco

Hai colto i fiori della tua fiamma
spento lentamente
i tuoi sensi

Serenato il corpo
nel suo letto
sguarnito in me
i tuoi motivi

Che la candela accesa recida il mattino
e ne disdica la calma e la parola
Hai colto il mio lamento a poco a poco

Oh mio amore!
Oh mio acceso fuoco!

Poesia al desiderio

Spingi la tua spada
nel mio ventre
affondala lentamente fino alla cima

Che io senta di te
la bruciatura
e il tuo morso sui miei reni

Lascia poi che la tua bocca
scenda
e mi contorni le gambe con dolcezza

Oh amore mio la tua lingua
lega
quel che scioglie di follia

Educazione sentimentale

Metti lentamente le dita
lentamente…

e Sali lentamente
fino in cima

il succo lento che senti
scivolare
è il sudore delle grotte
il loro vino

Contorna il pozzo
lì devi fermarti
scendere, magari
prendere un altro cammino…

Ma metti le dita e Sali
lentamente…

Non avere paura di ciò che ti insegno

Il mare nei tuoi occhi

È il mare, amore mio
nella febbre dei tuoi occhi

È il mansueto fascino
dell’onda che si inventa

È il mare, amore mio
meticcio nei tuoi occhi

È il mirto, la lamentela
la mansuetudine così lenta

È il mare amore mio
la zavorra dei sensi
che affoga negli occhi
senza mai affondarti

È il mare, amore mio
che trasporti negli occhi
e dove io nuoto il tempo
senza mai trovarmi

Il clitoride

Ecco nel fiore
il nervo più antico
nella sua bocca il bocciolo delle labbra

Centro del godimento nel luogo
più intimo

Luogo del corpo
per venire nuotando

Cisterna
cisterna
di tutto l’orgasmo

Toccarti

Toccarti appena
con la lingua
la testa del pene

come se lentamente
lambissi
il mio clitoride

Fino a sentire l’orgasmo
scalarmi
e gambe

Disordine

Guardo il disordine
del letto così disfatto

Il sudore sulla camicia
lo sperma sul lenzuolo
il gemito nell’aria che si disfa ancora

E a volte disteso
in disaccordo
nella penombra della stanza
un barlume di sole

Sensi

Io oso la passione
non la respingo

Ascolto i sensi senza la paura attorno
tocco la tenerezza della rosa
metto l’onda nel deserto

A tutto ciò che è impossibile
apro e strappo il cuore
Sotto colloco la mano
per cogliere l’incerto

Scopro l’amore
nel calore dell’imboscata
infrango regole e impedisco


Scambio il sogno degli dei
con un piccolo niente

Disobbedisco al precetto
e disordino la passione
Tesso e ricamo il mio rovescio
e sbaglio la ragione

Canto della resurrezione

Venuta da dove sono
io torno sempre

Partorita

Dal mio stesso
affetto

Abbatto il buio
rinata

Sono felice del mio mestruo

Orchidea della mia
vita

Sono donna
Sono strega
Sono maga

Nel mio abbraccio

Disobbedisco e invento
Ribello ciò che faccio

Cose

Mi dici cose
di rose
di gigli e di lillà

Mi fai cose
di sete
di segreto assorto

Mi chiedi cose
voraci
rivoltate e loquaci

con radici e con
uccelli
volando fino a perdermi

Convochi cose
rapaci
con seduzioni di piacere

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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