07 Novembre 2021

 ‘Sono grata che il water sia al suo solito posto’.
Ellen Bass.

Claudio Volpi
 ‘Sono grata che il water sia al suo solito posto’.<br>Ellen Bass.

Ellen Bass nasce a Philadelphia nel 1947, da genitori che gestiscono un negozio di liquori. Fin da quando frequenta le scuole pubbliche si distingue per una spiccata propensione alla lettura e alla scrittura. Dopo la laurea con lode frequenta un master di scrittura creativa alla Boston University. Negli anni dell’università partecipa a iniziative per la rivendicazione e la difesa dei diritti delle minoranze colpite da discriminazioni sessuali, interessandosi soprattutto delle donne vittime di abusi infantili. Ha scritto anche saggi, ha ottenuto numerosi riconoscimenti. La poesia di Ellen Bass ha una impronta discorsiva, caratterizzata da una sintassi piana, e prende spunto dall’osservazione degli aspetti più disparati della vita. Nei testi presentati oggi e la prossima domenica ci sono alcune odi, forma che l’autrice riprende da Neruda. “C’è l’ode all’invisibilità, come nuova dimensione acquisita da un corpo che invecchiando non attira più gli sguardi lubrici dei bagnanti, dimensione che va insieme ad una lucidità intellettuale penetrante e disincantata; c’è l’ode alla ripetizione, un ringraziamento all’effetto rassicurante della routine, visto come un meccanismo fondamentale della vita, che è costretta a ripetersi. La vita quotidiana è uno dei grandi bacini della poesia di Ellen Bass, e la vita familiare, con l’evoluzione dei sentimenti all’interno di questo nucleo sociale minimo, le modifiche introdotte dal tempo sui sentimenti reciproci, come nella poesia ‘L’inizio della fine’ dove rievoca lo svelamento, involontario quanto inopportuno, di una relazione extraconiugale” (Massimo Migliorati e Michela Martini)

Ode all’invisibilità

Oh grazia. Oh bellezza fortunata.
La volevo e non riuscivo a sopportarla.
Quando ero ragazza, prima del self-service,
quando l’addetto si piegava sul mio parabrezza,
non sapevo dove guardare.
Sentivo il suo straccio bagnato sfregare il vetro
tra noi. O quando uscivo dalla metropolitana,
perfino nei miei stivali da lavoro e con il fazzoletto sulla testa
con tutti quegli scansafatiche incollati ai muri
del South End di Boston-
li sentivo ravvivarsi, le loro bocche
che si aprivano come quelle di uccellini. Ero troppo bella
e mai bella abbastanza.
Mi stiravo i capelli crespi sul tavolo della cucina.
Tutte quelle creme scure e luminose per evidenziarmi gli zigomi,
muschio bianco cosparso sui polsi caldi,
e quel bikini di angora rosa che pizzicava come il desiderio
mentre mi stendevo sotto l’oro di un cielo che ancora non faceva paura.
Ciao, carina.
Le tue caviglie erano eleganti,
i tuoi seni erano di un tale splendore
e gli uomini accecati dal loro bagliore solare.
In questi giorni sono un po’ come il mio cane
che non si scruta allo specchio,
non si nota il grigio sulle tempie, per quanto penso
che lo faccia assomigliare un po’ a Cary Grant in Sciarada.
Posso andare a passo svelto sulla battigia spumeggiante di Delray beach
nel costume largo di mia suocera,
color bronzo metallico e informe, rigonfio come una radice di zenzero.
Da una parte, l’oceano rumoroso che s’impenna e ricade,
dall’altra, i bagnanti lucidi di oli e lozioni.
Posso essere un’amica per tutti loro, anche per i giovani magnifici,
con i loro corpi fluidi come la spirale di un onda.
Posso vagare attorno a ciascun ragazzo dorato, toccare
i suoi bicipiti vistosi, avvicinarmi confidenzialmente. Sono invisibile
come una stella a mezzogiorno, un granello di sabbia bianca.
È un periodo grandioso della vita: non sono così prossima alla fine
da non poter camminare per miglia lungo la spiaggia morbida,
e non così lontana da non poter sopportare
la splendida bruttezza di questo travestimento.

Ode alla ripetizione

Mi piace fare la stessa passeggiata
giù per l’ampia distesa di Woodrow fino all’oceano,
e il più delle volte giro a sinistra verso il faro.
Il mare è sempre diverso. Certi giorni sognante,
le onde a mala pena onde, solo un’ampia ondulazione
senza fretta di arrivare. Altri giorni la spuma è ubriaca,
violenta contro gli scogli come uno schianto.
E quando arrivo a casa mi piacciono
gli stessi piatti ordinati nelle stesse credenze
e poi disordinati e riordinati.
E del rododendro, primavera dopo primavera,
il fiorire della sua cerimonia rosa.
Potrei abitare nel regno di Coltrane,
in quei fiumi di fiato attraverso il suo sax,
mentre crea ogni frase di Lush Life
ancora e ancora fino alla mia morte. Un tempo avevo paura
di aprire le tende ogni mattina,
solamente per poi richiuderle ogni sera.
Potevi disperarti nella città cristallizzata della tua vita.
Ma quando mi alzo per fare la pipì, sono grata
che il water sia al suo solito posto, il lavandino col suo dono d’acqua.
Guardo fuori in strada, l’alone dei lampioni
nella nebbia o la luna risciacquare le auto parcheggiate.
Quando torno a letto trovo
la donna che dorme lì
ogni notte da trent’anni. Solo che lei non è
la stessa, il suo corpo è più nudo
nel suo invecchiare, nel suo disordine. Nonostante questo
ritorno da lei come una mendicante. Una mattina
una di noi si alzerà sbigottita
senza l’altra e aprirà le tende.
Ci sarà la stessa sequoia arruffata
nel cortile del vicino e le stelle incolpevoli
che escono a una a una nell’incedere del giorno.

L’inizio della fine

Quando ero giovane e sposata, ho baciato
un altro uomo. Di pomeriggio tenevo in mano
il vecchio e grosso telefono, la sua voce entrava nel mio corpo,
scivolava negli oscuri passaggi del desiderio.
E mentre la piccola gattonava ai miei piedi,
mordicchiando un rotolo di scotch, facevo tintinnare le chiavi,
qualsiasi cosa trovassi per tenerla tranquilla.
Gli dicevo che sarei andata ovunque con lui:
su una spiaggia a Tahiti, in una cabina telefonica di Detroit:
Pensavo fosse la babysitter che entrava
dalla porta d’ingresso: Ho sentito il frigo aprirsi,
il rumore della guarnizione che si staccava.
Stavo cercando la Coca Cola che le compravo
ogni settimana in mezzo all’esercito delle vitamine
di mio marito, ai suoi germogli di alfalfa, all’aglio spezzettato
e all’olio d’oliva che mescolava con il succo d’arancia
per disintossicarsi il fegato, spingendo da una parte le cataste
di polpette di lenticchie e i condimenti per l’insalata
che lui allineava come i sette pilastri della fede.
Quando ho sentito i passi nel corridoio, mi sono voltata-
ed eccolo lì, in piedi nel vano della porta,
sbalordito, come un animale riportato in vita
dopo l’estinzione. Papà, ha detto la piccola,
mentre mordicchiava il dorso di un nuovo libro di poesie.

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

Seguici

www.assisimia.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]