14 Aprile 2024

Sogno e penso che vivo Luis Cernuda (1902-1963)

Claudio Volpi
Sogno e penso che vivo Luis Cernuda (1902-1963)
Giovan Battista Crema 'Danzatrici' (Le tre Grazie) , 1921.

“Cernuda è classico e romantico, lirico e critico, metafisico e concreto, esteta e moralista. Uomo dai mille volti, combattuto tra realtà e utopia, ma sempre alla ricerca di un vano equilibrio degli opposti, Luis Cernuda fu scrittore fra i più aperti alla letteratura europea nella Spagna del Novecento. Esule per scelta più che per necessità, ha vissuto con profonda coerenza e dignità la sua condizione di perenne viandante, di uomo e di poeta, sensitivo e ruvido, solitario ma sempre attento a quanto lo circondava, regalando ai lettori una lirica ancora attualissima perché giocata su universali come l’amore, il tempo, la natura, l’arte, ed espressa attraverso una scrittura densa e lineare, a tratti quasi prosaica, ma molto attenta alla musicalità del ritmo e della parola” (R. Londero). Abbiamo scelto alcune sue poesie.

Ciò che è più fragile dura

La tua gioventù? Non è che
fragranza di zagare

in piazzetta, la sera,
quando la luce scema

e un lampione s’accende.
Il suo profumo senti

levarsi da un passato
ieri tuo, oggi strano,

avvolgendoti: aroma
unico e immemore

di tutto: sia di sangue,
di amori o di amicizie

nella tua vita in erba,
quando ogni desiderio

il tempo senza indugio
prometteva di esaudire,

un dì futuro. Aroma
furtivo come ombra,

che ti risveglia i sensi
con un fremito improvviso.

E vedi che il profondo
della tua vita è un poco

di ciò che chiama niente
tanta gente sensata:

fragranza di zagare,
aria. Cos’altro è stato?

Nascosto fra le mura

Nascosto far le mura,
questo giardino m’offre
tra i rami e tra le acque
un segreto diletto.

Che silenzio. Così è
il mondo? Il cielo passa,
sfilando fra paesaggi,
brioso in lontananza.

Terra indolente. Invano
risplende il destino.
Accanto alle acque quiete
sogno e penso che vivo.

Ma il tempo già ritaglia
il potere dell’ora;
la sua misura colma
fugge tra le sue rose.

E l’aria fresca torna
con la notte alle porte;
dimenticando, tersa,
i rami e le acque.

La notte alla finestra
La notte  alla finestra.

Ormai la luce dorme.
Racchiusa sta la gioia
in questa aria vuota.

Alzati tra le foglie,
tu, aurora mia futura;
proibisci che m’anneghi
il sonno tra le piume.

Ma il desiderio infila
la notte semiaperta,
e in limpido riposo
il corpo si contempla.

Accresca poi la notte
le ombre e la calma,
chè al rosaio la rosa
tornerà l’indomani.

E una vaga promessa
culla il corpo via via.
Invano cerca gioie
nell’aria il desiderio.

Violette

Lievi, umide, melodiose,
con scura luce viola
penetrando
qual perla vegetale
tra verdi valve,
sono un grido di marzo,
un sortilegio d’ali nascenti
nell’aria tiepida.

Fragili, fedeli,
sorridono serene,
spronando mute,
come un sorriso
che sboccia
da fresche labbra umane.
Ma mai ingannano
con forma graziosa:
nulla rinnegano
dopo avere promesso.

Marciando vittoriose
alla morte
trattengono il tempo,
tutte fragili,
tra i petali, un istante.
Così il momento giunge,
norma per l’effimero
che è bello,
a esser vivo incanto
nel ricordo.

L’intruso
Come se il tempo confondesse
la trama dei suoi giorni
-vivi per caso quelli altrui?-
la vita già rimpiangi.

Lungi da te,
dalla coscienza
non accordata,
cerchi il centro fuori,
tra le cose
presenti un istante.

E di quell’amico giovane
che fosti,
ora mantieni invano
alle soglie di un sogno
l’illusa confidenza.

Ma il tuo volto,
riflettendosi
su un qualche specchio,
vecchio, assorto,
cupo, ti interrompe,
come l’altrui presenza.

Quest’intruso ora
sei proprio tu,
tu, come prima l’altro,
con cui a malincuore avvii
un uso a cui piegarsi.

Per diventare
chi non sei,
chi non sei ti guida,
quando l’amico
è l’estraneo
e la rosa
è la spina.

Bambino alla finestra
Al calar della sera,
assorto alla finestra,
il bimbo guarda la pioggia.
La luce di un lampione,
appena accesa,
illumina la pioggia bianca
contro l’aria scura.

Lo avvolge nel tepore
La stanza solitaria,
e la tendina,
vegliando sul vetro,
come una  nube,
gli sussurra
di lunari sortilegi.

La scuola s’allontana.
Ora è tregua,
con il libro di fiabe
e di disegni
sotto il lume,
di notte,
il sonno,
le ore senza tempo.

Vive nel seno
di una dolce forza,
senza desiderio
né memoria,
il bimbo,
senza sospetto
che fuori il tempo
aspetta con la vita,
in agguato.

Nella sua ombra
già si forma la perla.

Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

Seguici

www.assisimia.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]