13 Settembre 2020

Sogni e Favole

Claudio Volpi
Sogni e Favole

Parliamo di Pietro Metastasio (1698-1784), poeta, librettista, drammaturgo,  che tra l’altro ha  in qualche modo a che fare con Assisi ,essendo suo padre assisano. Lo facciamo attraverso alcune riflessioni di Emanuele Trevi prese dal suo libro ‘Sogni e Favole’, un ‘non romanzo in cui vite, immagini, confessioni e ricerca del tempo perduto riescono a far sentire, con una intensità a tratti quasi insopportabile, il passaggio dell’ombra della vita, un libro che consigliamo appassionatamente a tutti, soprattutto ai cinquantenni, a chi è vicino all’ultima linea d’ombra. E parliamo solo di un  sonetto del Metastasio, ‘Sogni, e favole io fingo’.  ‘Quando scrive il suo sonetto, a trentacinque anni, Metastasio non è né giovane né vecchio- almeno secondo i criteri dei suoi tempi. …Nel 1733 Metastasio ha ancora mezzo secolo di fronte a sé: sarà un lentissimo, ipocondriaco avvizzire nella gloria…. Quali sono le ragioni della sua fama così duratura? Forse mai nessuno è rimasto così a lungo in equilibrio sulla cresta d’onda del successo. Perché non c’è mai stato uno come lui? Puoi dissezionare una sua aria, o un suo libretto, come il cadavere di un impiccato su un tavolo anatomico, e non ne vieni a capo. A maneggiare quei brevi versi, quelle convenzioni retoriche, quegli eterni luoghi comuni sembrano buoni tutti. Eppure, c’è un segreto che solo lui possiede. Le sue parole sembrano uscire dal grembo della musica, stillanti di armonia, ancora avvolte in una placenta melodica. Ne risulta una totale naturalezza del linguaggio, una trasparenza che lo rende infallibilmente appropriato ai sentimenti che intende esprimere.
E se la musica dà vita alle parole, le parole a loro volta generano musica.
È questa circolarità che rende possibile il canto: la sintesi suprema della natura umana, l’ascensione a un mondo di pura bellezza e intensità sentimentale, il volo dell’anima… Nel suo movimento sinuoso, la melodia forma, dissolve e riforma un simulacro di realtà , un mondo possibile. Qualcosa che si riconosce anche quando lo ascoltiamo la prima volta: perché è sempre stato lì, dentro di noi. Ecco un esempio:

Mio ben ricordati,
se avven ch’io mora,
quanto quest’anima
fedel t’amò.
Io, se pur amano
Le fredde ceneri,
nell’urna ancora
ti adorerò.

Questi piccoli versi, queste parole che brillano e scoppiano come bolle di sapone sono la lingua adamitica del cuore, appartengono alla persona innamorata in maniera diretta e naturale. Sembra facile, e deve sembrarlo, è decisivo che sembri pur essendo, all’atto pratico, una cosa difficilissima da realizzare. Questo dolce, vagamente insensato lamento è la spina dorsale del canto, il centro vibrante dell’essere.

Che fa il mio bene?
Perché non viene?
Ogni momento
Mi sembra un dì.

Ora torniamo al nostro sonetto ‘Sogni e Favole’. ‘In tutta la sua carriera  di scrittore, questi quattordici versi sono un caso unico di gratuità, di espressione soggettiva. Nessuno gli aveva mai chiesto di affrontare questo delicato e imbarazzante argomento, la pazzia dell’artista, la pazzia della vita, quella perpetua condanna a prendere lucciole per lanterne, fischi per fiaschi… Nella poesia il Metastasio dirà: Folle come sono, incapace di erigere una barriera tra il vero e il falso, mi ritrovo invischiato nei miei stessi inganni. Ci piango sopra. Lo riconosco: ma chi  può dirsi davvero al riparo dal delirio? Come in quei sogni angosciosi nei quali ogni via d’uscita ci riporta all’interno del luogo da cui volevamo fuggire, siamo sempre in qualche specie di teatro, e le passioni suscitate dalla cosiddetta vita reale non hanno un fondamento più saldo di quelle provocate dalla illusione artistica. E dunque, prosegue Metastasio, quando parlo di sogni e favole non è solo alla fantasia del poeta che penso, perché io stesso in effetti, come gli eroi delle finzioni più improbabili, vivo in una menzogna, se mi guardo intorno non vedo altro che menzogna, dire menzogna equivale a dire tutto, e quando credo di temere o di sperare qualcosa di concreto, non faccio che delirare, la mia vita è un delirio, vivere è delirare’.
Non sta parlando per caso di noi?

Sogni e favole

Sogni, e favole io fingo; e pure in carte
Mentre favole, e sogni orno, e disegno,
in lor, folle ch’io son, prendo tal parte,
che del mal che inventai piango, e mi sdegno.

Ma forse, allor che non m’inganna l’arte,
più saggio io sono? E’ l’agitato ingegno
forse allor più tranquillo? O forse parte
da più salda cagion l’amor, lo sdegno?

Ah che non son quelle, ch’io canto, o scrivo,
favole son; ma quanto temo, o spero,
tutto è menzogna, e delirando io vivo!

Sogno della mia vita è il corso intero.
Deh tu, Signor, quando a destarmi arrivo,
fa’ che trovi riposo in sen del vero.

Claudio Volpi
Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

Seguici

www.assisimia.it si avvale dell'utilizzo di alcuni cookie per offrirti un'esperienza di navigazione migliore se vuoi saperne di più clicca qui [cliccando fuori da questo banner acconsenti all'uso dei cookie]