Camminiamo spaventati attraverso questa pandemia, con le nostre forze che vanno diminuendo. Ognuno resiste come può, attingendo ai propri mezzi, alle relazioni che ha. Ma la città è triste, l’incanto dei silenzi e dell’assenza dei rumori dalle strade sta lasciando lo spazio sempre di più alla sofferenza delle persone che perdono il lavoro, faticano a fare la spesa, ad allevare i figli. Ma dobbiamo insistere, vivere, allora cerchiamo oggi un po’ di senso nelle parole e nei versi di Maria Grazia Calandrone (1964), poetessa, giornalista, autrice e conduttrice per Rai Radio 3.
Al mondo vero.
Questo presente è talmente pervasivo che esisterà un prima e un dopo. Quello che abbiamo fatto, detto, scritto, pensato prima, sembra appartenere a un’altra vita, che come sempre accade adesso sembra libera e felice senza che lo sapessimo. Ciò che era dato per ovvio, non lo è più. Questa sventura ha minato le basi dell’ovvio. Riusciamo a dare a questa sventura la possibilità di trasformarci in una comunità dove nessuno viene lasciato solo, per esempio chi oggi ha paura perché aveva un lavoro in nero, per esempio in questi giorni ha tremato perché, se si fosse ammalato, non avrebbe avuto nessuno ad assisterlo? Riusciamo a organizzare pensiero e azione in modo da diventare quel corpo umano sociale del quale, da sempre, scrivono i poeti?
È bella quest’immagine di noi
che siamo soli senza solitudine,
perché siamo molecole animate
di un organismo umano.
E non è solitudine la solitudine
dei corpi, perché sappiamo d’essere materia
esposta come creta all’intemperia
di una vita più grande, planetaria.
Lo vedi, che nemmeno la natura
è perfetta, se in lei esistono forme che si rifanno, tanto
da sopraffare
la vita che le ospita.
Ma la colpa non è dell’abbandono
né del crimine, che sono effetti della nostalgia
di qualcosa che non sappiamo dire.
Cerchiamo ovunque
il mondo perduto, giriamo attorno
a quell’unica voce, che nemmeno
ricordiamo più, e intanto
fugge il mondo.
Ma ora, ora che siamo per forza
essenziali e scegliamo
le merci necessarie, adesso che a momenti sperimentiamo cosa
slanci la leonessa
a bocca aperta al collo dell’impala e cosa
fa grattare col muso
la terra secca al bufalo, adesso che proviamo
parole vere come: paura, fame, malattia,
approfittiamo del silenzio intorno per ascoltare
la prima voce
dentro la nostra voce,
approfittiamo per sognare case
con stanze piene di contenitori
trasparenti e finestre affacciate sul fiume
e cortili che a giugno sono pieni di rondini e bambini.
Da quel chiaro, guardiamo
quello che manca.
Gli altri. Friabili
corpi esposti alla vita
come noi, come noi proprietari di un solo
tesoro: il tempo
di una vita. Nient’altro.
Facciamo che ci basti il mondo vero
come all’uomo venuto dalle torbe,
mentre nell’alba livida usa gli occhi
come strumenti di levigatura, con le palpebre calcinate
sopra. Occhi chiusi che plasmano la pasta madre
mentre comincia a piovere e le mani
fasciano i tronchi
con legature d’argento e dai gesti si vede che avviene
qualcosa di caro. Ricomponiamo con la stessa calma
ogni frammento
e poi diciamo sì, dal provvisorio, a questo mondo imperfetto
e vistoso, con lo stesso stupore
dell’uomo delle torbe, perché noi pure siamo
materia esposta al sole di mezzogiorno,
materia vulnerabile e mortale,
che al centro tiene il sogno
dell’immortalità.