Parliamo di Assisi, la città sul monte, la città di pietra: chiese case e castelli dove batte il cuore dei suoi residenti, persone vissute o che vivono ancora su questi sassi. Non è stato tutto un sì sì, ci sono stati tanti no no, ma non tutto il male vien per nuocere, bisogna saper perdere non sempre si può vincere, soprattutto se sono i no a farti crescere. Nel nostro caso il no è venuto da un pontefice romano, che addirittura lo mise per scritto per farlo intendere meglio. Da questo no queste quattro case, che stanno lì come le donne di un tempo ad asciugare i capelli al sole dopo una doccia, hanno preso l’aspetto di un bacio, per poi mantenerlo nei secoli. Il papa è Niccolò IV, un frate Minore, un seguace del poverello di Assisi, al secolo Girolamo da Ascoli, nato nelle Marche sporche, le Marche dei Fioretti, cresciuto in curia barcamenandosi come un vaso di coccio tra i vasi di ferro degli Orsini e dei Colonna, potenti famiglie di baroni in perenne contesa per il controllo dei castelli romani. E infine eletto papa nel 1288 come male minore, prendendo il nome di Niccolò IV in omaggio a Niccolò III Orsini che lo aveva fatto cardinale, ma non fidandosi affatto degli Orsini cercando poi l’appoggio dei rivali Colonna, non avendo una famiglia di suo su cui contare. Ecco, una botta al cerchio e una allo botte, per non scontentare nessuno. Appena eletto, ecco gli altri frati pronti a gridare «È uno dei nostri, è un segno del destino». La profezia di Francesco diventata realtà, la visione dello Spirito Santo, l’ottavo giorno che si fà fine del mondo. Durò poco, passati quattro anni di nuovo da capo. Però appena eletto papa, in omaggio a san Francesco Niccolò IV fece ad Assisi le cose in grande. Due giorni dopo la sua incoronazione, avvenuta il 22 febbraio, il papa inviò al Sacro Convento paramenti sacri, argenterie e una somma di denaro, le vesti pontificali: per carità, tutto suo. A questi farà seguito il 30 aprile 1288 una lettera questa volta indirizzata al Comune, con l’invito a darsi da fare: «Siete pochi, fate figli per la patria, fate figli per Francesco!». Il perché è presto detto, non c’è bisogno che lo ripeta. Il Sacro Convento di San Francesco ospitava già tanti, troppi frati. Frati mendicanti che cantavano e pregavano, ma soprattutto mangiavano a uffa. Poi qualcuno il conto doveva pur pagarlo. E chi? Fate figli per la patria! L’esortazione era rivolta ad ampliare il circuito delle mura, riempire i nuovi spazi di case e riempire queste di laici pronti a pagar tasse e fare elemosine, perché la città dove era vissuto Francesco era troppo piccola di suo per il gran numero di religiosi che pur seguendone l’esempio non erano troppo ligi nel mantenere una dieta equilibrata: andate a vedere gli affreschi di Giotto, i frati han tutti la panza. Al «Sì, costruite”, il papa accompagnò un «No, vietate». E così aggiunse nella lettera una formuletta che vietava la vendita o l’affitto di case o terreni alle famiglie religiose mendicanti rivali. «Siamo già troppi noi frati Minori, non fate entrare in città frati Predicatori, frati Eremitani, Servi di Maria, Carmelitani scalzi». Per questa ragione lo skiline di Assisi manca dei grandi conventi urbani che si vedono in gran parte delle città europee, dove alloggiarono Domenicani, Agostiniani, Serviti e Carmelitani, oltre naturalmente ai Francescani. A ogni chiesa si accompagnava un convento in un borgo differente, terziere o quartiere che fosse. Con frati caratterizzati dai differenti colori degli abiti, pronti a marcare il territorio manco fossero gatti in calore. Fu così che Assisi prenderà la sua inconfondibile forma a fuso, un bacio tinto di rosso che fa capo ai poli opposti di San Francesco e di Santa Chiara, popolati da frati maschi e monache femmine, che non facevano figli e non pagavano tasse, ma mangiavano e bevevano. In mancanza di concorrenza, eliminati i rivali, la città non fu tesa come un elastico appiccato a quattro o cinque campanili spuntati come funghi. Prese una forma più tranquilla e la mantenne nello scorrere dei secoli. Che male c’è a dire no, se poi è quel no che ha dato ordine al caos?