È Tommaso da Celano nella Vita prima ha informarci come «Sei mesi prima di del giorno della sua morte, trovandosi a Siena per la cura degli occhi, [Francesco] cominciò ad ammalarsi gravemente in tutto il resto del corpo.». Lo venne a sapere frate Elia, che mandò a prenderlo e passando per Cortona lo riportò a casa, dove fu alloggiato «nel palazzo del vescovo di Assisi» (1Cel VII 105). E racconta fra Leone nella “Legenda antiqua”: «In quello stesso periodo, mentre giaceva malato, avendo già composte e fatte cantare le Laudi, accadde che il vescovo di Assisi allora in carica scomunicò il podestà della città (…) Il beato Francesco, malato com’era, fu preso da pietà per loro [e] compose allora questa strofa, da aggiungere alle Laudi: Laudato si, mi Segnore, per quilli ke perdonano per lo tuo amore» (CAss 84). Dove questo sia avvenuto lo hanno dimostrato i lavori di restauro eseguiti per rimediare ai danni provocati dal terremoto del 1997. Al piano superiore dell’odierno palazzo vescovile, dove è la residenza privata del vescovo, nel rimuovere l’intonaco di una saletta confinante con la “Sala dei paesaggi”, che prende nome dai finti quadri con vedute di paese alle pareti risalenti al tempo del vescovo Rondinini (1653-1668), come dimostra lo stemma sul colmo della volta, ma che si affaccia all’esterno con un terrazzo contrassegnato dallo stemma del vescovo Crescenzi (1591-1630), nel rimuovere l’intonaco è tornato alla luce un tratto di muratura in pietra di un edificio che terminava in alto con un doppio spiovente. Dall’esterno, questa parete coincide con le pietre angolari di un edificio che all’altezza del penultimo sperone si addossa a una costruzione più recente di maggiori dimensioni.

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Il tratto di muro ritrovato, alto tre metri e trenta, largo tre metri e sessanta, è costruito con blocchi irregolari in scheggia bianca e rossa del Subasio. Ha una forma irregolare, per i danni provocati dall’apertura in rottura di due porte, e rivela la forma triangolare della destinazione originaria grazie all’arretramento del piano del timpano rispetto al piano della cornice, sostenuta da archetti pensili che lavoravano in coppia, due ascendenti ai lati e due sul colmo. Al centro del timpano si apre una feritoia destinata a illuminare l’ambiente retrostante, con l’archivolto ricavato da un sol blocco in travertino decorato da due dischi e da un motivo a corda. Il fondo ribassato è diviso in tre parti da due semicolonne che terminano con capitelli figurati rappresentanti maschere mostruose.

Erano figurate anche le mensole che sostenevano gli archetti, se non fosse che capitelli e mensole furono scalpellati quando la parete esterna diventò una sala interna, e fu decorata con un fregio di rami intrecciati dipinto di rosso sopra un fondo verde, conservato solo in minima parte. Confronti cercati con architetture medievali nella diocesi di Assisi indirizzano la ricerca verso architetture religiose del secolo XI. Simili ma non identici sono gli archetti pensili della tribuna absidale di Santa Maria Maggiore, stesso discorso per gli archetti pensili nella tribuna della cattedrale di San Rufino, rifondata da Giovanni da Gubbio nel 1140. A San Rufino e a Santa Maria Maggiore gli archetti hanno un profilo a sesto acuto che potrebbe già chiamarsi gotico, mentre nel Palazzo Vescovile gli archetti hanno un profilo a pieno sesto allungato che non potrà dirsi altrimenti che romanico, ma di un tempo molto precoce. Ancora più simili sono gli archetti pensili presenti all’esterno dell’abside nella chiesa di San Masseo, che risale al 1091, e nella torre campanaria di San Rufino, che fu costruita insieme alla Basilica Ugoniana nel secondo quarto dell’XI secolo. I confronti più stretti sono con l’abbazia di San Paolo delle Abbadesse sul fiume Chiascio, dove trovò momentanea ospitalità santa Chiara e che è documentata a partire da una bolla di Innocenzo III del maggio 1198. Questo edificio ha un aspetto semplicissimo, non ha più gli immancabili archetti pensili sotto la cornice del tetto ma conserva la monofora che illuminava l’interno dell’abside, decorata da rilievi che raffigurano due uccelli che beccano un tralcio vegetale. Tra i capitelli delle paraste dell’unica navata ne compare uno decorato da una sorta di corda intrecciata, che è del tutto identica a quella presente nella monofora ritrovata all’interno del Palazzo Vescovile.