04 Dicembre 2025

Un posto pulito illuminato bene

Elvio Lunghi
Un posto pulito illuminato bene

E se invece di accogliere Francesco sulla porta nella piazza, gli avesse aperto casa? Parlo del vescovo di Assisi: «Vorrei sapere cos’hai in mente benedetto ragazzo?». Quante volte? Tutte le mattine del mondo, da ragazzo e da adulto, sempre con quello sguardo limpido che è proprio dei puri di cuore in attesa di vedere Dio, come ha promesso l’uomo di Nazareth nel racconto del Vangelo di Matteo. Così il signor vescovo – raccontano i tre compagni – gli fa: «Tuo padre è arrabbiato contro di te e molto alterato per causa tua. Perciò se vuoi essere servo di Dio, restituiscigli i soldi che hai con te, che forse sono di mal acquisto, e dunque Dio …». E allora Francesco: «Entrato nella camera del vescovo, si spogliò di tutte le sue vesti, e deposto su di esse il denaro, uscì fuori nudo alla presenza del vescovo, del padre e degli altri astanti …». Come se fosse uno di casa, poteva entrare e uscire dalle stanze altrui. Poteva spogliarsi e presentarsi con i panni in braccio, come per dire: «Dove li metto questi? E io cosa mi metto?». Col padre che afferra soldi e vesti e fa per tornare a casa, mentre Francesco gli grida dietro: «Finora ho chiamato Pietro di Bernardone padre mio … e d’ora in poi voglio dire Padre nostro che sei nei cieli». Si, vabbè, ma dove? Ammettiamo pure che Pietro, Francesco e il seguito di assisani in cerca di novità, siano entrati dal portone che dà in piazza del Vescovado. Da qui, salendo alcuni scalini e passando per una volta a botte, si accede a un anonimo cortile tra severe pareti in pietra rinforzate da speroni, con un pozzo e uno stentato giardinetto dove i fiori crescono in vasi di plastica maritati alle iscrizioni cadute dai muri dell’edificio. In fondo a una sorta di chiasso, all’esterno di quello che fu l’Episcopio altomedievale, ci sono due arcate chiuse da vetrate che hanno tutta l’aria di essere state le arcate di un chiostro. Sulla parete dietro la vetrata di una delle arcate c’è una mensola che sembra pensata per reggere il travicello di una tettoia e una monofora strombata che dava luce a un ambiente retrostante.

La muratura degli arconi è simile alle arcate a tutto sesto che si trovano al piano inferiore dell’antica residenza dei Canonici nel sagrato di San Rufino, dove intorno a un pozzo ci sono i resti di due chiostri che risalgono a epoche differenti: le arcate con i capitelli a stampella della cattedrale costruita dal vescovo Ugone l’anno Mille, e le arcate a tutto sesto di un edificio collegato alla cattedrale iniziata da Giovanni da Gubbio nel 1140. Un maestro di nome Giovanni lasciò il proprio nome e la data 1162 anche sul rosone della chiesa di Santa Maria Maggiore. Se non fosse che questa cadde per gran parte nel terremoto del 1832, per essere ricostruita nel 1837. Nella buona e nella cattiva sorte inciampò anche l’annessa residenza vescovile, e fu probabilmente in questa occasione che fu costruito il portico intorno al chiostro addossato alla chiesa romanica. Le arcate in laterizio in fondo al chiasso, risalenti agli ampliamenti del XVII secolo, sono un’eloquente testimonianza delle periodiche ricostruzioni di questo edificio. Varcata l’arcata in fondo al cortile si accede a un corridoio che è stato ricavato all’interno del porticato del chiostro antico, oltrepassato il quale si accede a un ambiente compreso nell’ala sud del palazzo. Nel rinnovare la pavimentazione, che corrisponde alla quota delle mura romane, è stato ritrovato il frammento di un litostrato realizzato con pezzi di marmo statuario, porfido rosso e verde serpentino, disposti a fasce concentriche intorno a una ruota centrale.

Questo tipo di decorazione pavimentale, chiamata cosmatesca dal nome di una nota famiglia di marmorari, incontrò una notevole fortuna in età medievale a Roma e nelle città del Lazio. È questo l’unico esempio superstite ad Assisi. Per trovarne uno analogo in città si dovrà attendere la fine del XIII secolo, a quando risale il litostrato che decora il pavimento della Porziuncola, con grandi lastre bianche e rosse in forma di stelle e fasce geometriche. Pietre strappate da edifici in rovina della città romana, per essere riutilizzate in pavimenti di case dove Francesco poteva camminare finalmente libero.

Elvio Lunghi

Insegnante pensionato non ha perso il vizio di raccontare storie

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