Oggi, Vigilia di Natale, vi presentiamo alcune poesie di Jon Kalmal Stefansson (1963), scrittore e poeta islandese molto famoso, edito in Italia da Iperborea. Nella sua ultima raccolta , ‘Quando i diavoli si svegliano dei’, “l’autore riscopre la poesia nella sua piena maturità. È un atto di amore mosso dalla necessità. Mentre si trova in una capitale a nord del mondo, calato nel paesaggio islandese (montagne, ghiacciai, il fenomeno dell’aurora boreale), Stefansson si mette in ascolto. La parete dell’appartamento che lo separa dai suoi prossimi è, come direbbe Dylan Thomas, sottile come un osso di scricciolo. Più in generale è come se il poeta si mettesse a sentire il piangere del mondo, degli esseri, immersi in una finitudine che toglie il fiato. Con una lingua franca, contemporanea, per niente intransitiva, Stefansson denuncia nella solitudine della sua casa, in compagnia soltanto dell’amata cagnetta Tira, la sorte di caducità di ogni cosa e insieme reagisce istintivamente, come a suggerire che la vita vinca incessantemente, che vinca di continuo sulla morte. Amante della grande poesia di Jorge Luis Borges, della soavità densa di significato di Wislawa Szymborska, l’autore scrive per essere compreso, per fare una ideale comunità con gli esseri. E mentre gli giungono, come da un parlottio globale, le notizie sullo scioglimento dei ghiacciai, sulla crisi climatica, sulla morte dei migranti in viaggio verso l’Italia, il poeta canta la creatura, la sua fragilità, la sua luce. Sa bene che il cuore è un ‘trattore ostinato’. E sa che la poesia è una notizia dalla vita, capace di superare anche il diaframma della fine, di farsi ascoltare da chi è passato di là” (D.Piccini).
Anche la felicità porta le cicatrici del dolore
Ha nevicato questa notte
e il cielo del mattino
talmente nero
sopra la città
che è come se fosse
morto qualcuno
Tante volte ha fatto giorno
da quando te ne sei andata
tante volte ha nevicato
sulla mia vita
senza di te
che ho paura di tornare
a essere felice
Il dolore è il ricordo
che lega me
alla morte
e te alla vita
Probabilmente lo sai
che il mondo è vario
Ho qualcosa dentro
che non mi lascia
in pace,
che si fa sentire,
insistente,
non so cosa sia,
forse tristezza,
nostalgia di chi è morto,
o il buio alla finestra
il fatto che ci sia,
che non mi copra
a sufficienza
in questo mattino
di novembre
La morte mi lavora contro
senza sosta
diceva Borges
a cinquant’anni,
è morto cieco
almeno trent’anni dopo,
è morto nel buio
che lo attendeva
forse con occhi nuovi,
non lo so
sappiamo così poco,
speriamo così tanto
e forse è meglio,
perché talvolta
può sperare
solo chi non sa
Ma ritorna
ogni volta
questa tristezza,
questa nostalgia,
questo dolore,
che sorge
come una luna muta
dentro di me,
e illumina
il paesaggio dei ricordi,
del mio vissuto,
più vecchio di Borges
quando la morte
gli lavorava contro,
incessante,
a Buenos Aires
settant’anni fa
Probabilmente lo sai
che il mondo
è vario,
ci sono persone
che si addormentano
da sole
perché qualcuno
è morto,
qualcuno
se n’è andato,
qualcuno ha tradito,
si addormentano
da sole,
col desiderio
di un contatto,
ci sono persone
che paventano
il mattino
e ne hanno
ogni motivo,
ci sono persone
che si svegliano
piangendo
come il mio vicino,
come il bimbo
nella casa accanto
a meno che a piangere
non sia il cielo
la vita stessa
perché la morte
ci lavora contro
di continuo,
a tutti
che abbiamo cinquant’anni
a Buenos Aires,
o dodici nel
quartiere ovest di Reykiavik,
che possediamo
un fucile,
una montagna,
milioni di seguaci
su Instagram,
non importa,
alla fine
saranno tutti morti
tranne il cielo,
dio,
l’eterno,
e per questo
talvolta sentiamo
il pianto disperato
di un bimbo
anche se non ci sono
bimbi nelle vicinanze
e la luna,
quella vecchia
armonica a bocca,
quel poeta attempato,
riversa i suoi raggi
sui miei ricordi
e l’oblio
in questo mattino
del ventunesimo secolo
quando Borges è morto
perché così
tante mattine sono sorte,
tanti hanno vissuto,
tanti sono morti,
che qualcuno
scoppia in lacrime
in un mattino di novembre,
a nord del mondo,
mentre bevo
un caffè caldo, nero,
rovesci di ghiaccio
sferzano la finestra,
un gattino di sei mesi
sonnecchia mordendo la mano
di chi scrive
queste righe,
e una cagna
di nove anni dorme,
acciambellata
ai suoi piedi,
grata per la vita
non sembra sospettare
che esistono sempre
motivi per piangere
perché la morte
ci lavora contro
di continuo
e che Borges è morto,
è morto cieco
eppure vedo il mondo
coi i suoi occhi,
decine di anni dopo,
in un altro secolo,
in un altro continente,
credo che questo
ci dica qualcosa
Non so esattamente
che cosa,
ma forse,
spero,
che la vita
vinca incessantemente
che vinca di continuo
sulla morte.
Sempre che esista,
la versione giusta della vita
Leggo del sedicesimo secolo
e aspetto che salga
gorgogliando il caffè
mentre Nina Simone
canta dell’altra donna.
È novembre,
è mattina
e il buio fuori
come una cinta montuosa
Lei canta
dell’altra donna
che si addormenta
piangendo
mentre il buio
diventa
una cinta montuosa
nel suo petto
canticchio anch’io
la canzone,
non vedo l’ora
che faccia giorno,
poi d’un tratto
una fitta dolente
mi si accende dentro
Non so se sia
per il sedicesimo secolo,
per quello che leggo,
o per Nina,
e per il buio
a meno che non sia
l’altra donna,
l’altro uomo,
a meno che non sia
il dubbio
che si viva
la vita
che ci è stata assegnata
e il dolore
nel profondo
sia il rimpianto
di tutte le situazioni
che non vivrai mai
il rimpianto
per le persone che
in un determinato momento
in un determinato luogo
avresti dovuto
abbracciare,
baciare,
amare
l’altra donna,
l’altro uomo
e il dolore
si fa cinta montuosa
dentro di noi
quando percepiamo
la vita
che non viviamo
La vita, proprio la vita
e io ho aspettato
Ha piovuto tutta la sera,
tutta la notte
e io ho aspettato
ma tu non sei arrivata,
e se qualcuno è arrivato
certo non eri tu
sono uscito in strada
o sul balcone,
non ricordo,
e la pioggia scendeva,
senza tregua,
tutta la sera,
tutta la notte
a meno che
non siano state le stelle
ad arrivare
il cielo,
l’eterno ,
il tempo dal principio,
che è arrivato
e mi è passato attraverso,
così che la pioggia,
se è piovuto,
è arrivata
e tu no,
io non ho mai detto
a nessuno quanto
è stato doloroso aspettare,
quanti dischi
ho suonato
e tutte le canzoni
parlavano di te,
anche quelle che
non parlavano affatto di te,
anche il cielo
parlava di te
e il tempo,
l’eterno,
la pioggia,
o se non di te
della tua assenza,
perché non sei arrivata
e quella notte ho compreso
il vero significato
di buco nero,
non solitudine,
non dolore,
non tragedia,
non sole morto,
ma qualcosa del genere,
perché un buco nero
è quando non arrivi
quando decidi
di vivere senza di me
no, non l’ho mai detto
a nessuno,
con quale dolore
ho atteso,
quanto è stata
lunga la notte,
che ogni minuto
mi entra dentro
come un coltello smussato
e si piantava lì,
che la notte
mi si era avvolta
intorno al collo
come filo spinato,
poi è arrivato il giorno
e ha stretto più forte
Identico è il cielo,
identico è il tempo
e l’eterno è eterno,
credo che sia una sequoia,
ma forse
non hai mai dovuto aspettare
qualcuno che
non è arrivato
a meno che invece
l’abbia provato
e questo sia il motivo
per tutti
i buchi neri del cosmo,
trecentomila
all’ultimo conteggio
ecco quante volte
non sei arrivata
Ricordo che non
volevo sopravvivere
alla notte,
nemmeno vedere
un nuovo mattino
sorgere senza di te,
avevo vent’anni
e qualcosa
e volevo morire
Come puoi
continuare a battere
chiedevo al cuore,
nella tenebre del sangue
troppo giovane
per sospettare
che il cuore
è il più vecchio
muscolo del mondo,
è un trattore ostinato,
un pulsar costante
ma per molti mesi,
molti,
molti lunghi mesi,
sei stata tu il mio inizio
e la mia fine,
chiudevo gli occhi
e vedevo solo te
che quella notte
non sei arrivata,
non hai risposto
quando ho telefonato,
e due giorni dopo
ecco una lettera,
scritta con una penna nera,
diciamo una lettera
da parte dell’amore,
con l’inchiostro
di un buco nero
Trent’anni più tardi
salgo su un autobus
ed eccoti lì,
seduta davanti
con in braccio
un nipotino di tre anni,
forse quattro,
sei seduta con lui
come a chiedere scusa
per non essere arrivata
quella notte di dicembre
di tanto tempo fa
quando la pioggia
o le stelle sferzavano
i vetri in Karlagata,
mi si piantavano
in fronte
e l’eterno
si era tramutato
nella tua assenza
e pensavo di morire
Ma se ti ricordi,
il cuore
è un trattore ostinato
per questo
posso prendere
quell’autobus
trent’anni dopo,
vivo, con la barba,
qualche cicatrice
lasciata dalla vita,
proprio la vita,
sta in mezzo
tra me e te