Una sedia a rotelle si aggira per la Valle del Tevere.
Quest’anno a giugno ci sarà luna piena il 24, ad estate appena iniziata. La luna a giugno è particolarmente bella. Si potrebbe cantarla tutta la canzone, fino a quell’ultimo verso “Singing a song in the morning / singing it again at night / don’t really know what I’m singing about / but it makes me feel all right”. Nel 1966 Robert Wyatt compose, ventunenne, un paio di pezzi, That’s how much I need you now e You don’t remember, inclusi in “At the Beginning”, album dei Soft Machine che raccoglie demo del 1967. Confluiranno in quel golfo progressive che è Moon in June, (“Third”, 1970) casus belli della rottura con la macchina morbida. Lui, bello, giovane e biondo, canta, suona la batteria, il suo strumento ed è energia poco governabile.
Viene mobbizzato da Mike Ratledge, che in “Fourth” lo confina nello spazio stretto delle percussioni. Allora se ne va, divergenze musicali, diverse visioni della vita. Dopo la breve avventura dei Matching Mole trova la sua strada. Sarà brulicante di incontri, fino ai giorni nostri. Fino, per dire, all’album della chitarrista Mary Halvorson, “Artlessly Falling” (2020), dove in The Lemon Trees e Bigger Flames una voce sottile e inconfondibile ruba la scena a tutti. Fu proprio una caduta senz’arte, a corpo morto, da una finestra al quarto piano, durante una festa di compleanno, a spezzargli la schiena e ad intronarlo su una sedia a rotelle. Quasi una beffa, era il primo di giugno, il 1973. Eppure da uno schianto esce un angelo in forma di album, che entusiasma e commuove a distanza di quasi cinquant’anni. “Rock Bottom” (1974) già nel suo farsi si manifesta come eutopia di comunanze ideali ed artistiche. Nella casa di Delfina suonare fa parte della riabilitazione. Con Robert ci sono artisti straordinari e la storia ne confermerà la grandezza: Ivor Cutler, Mongezi Feza, Fred Frith, Hugh Hopper, un giovanissimo Mike Oldfield, Richard Sinclair, Gary Windo, Laurie Allan. Nick Mason dei Pink Floyd produce. C’è anche Alfreda Benge, compagna di vita; scrive i testi e disegna le copertine. La musica si eleva sopra le secche del Canterbury sound dando sostanza al concetto di stato di grazia. Cortocircuito tra melodia e sperimentazione, si inventano mondi. Non si è ancora finito di esplorare quello di Sea Song, “differente ogni volta”.
Se Vic Chesnutt è una visione voluta, un desiderio irrealizzabile, cosi chiaro in testa da essere emozionalmente avvenuto, Wyatt è stato un incontro vero e quindi più confuso, addirittura sentito come incompiuto. Che edizione di Rockin’ Umbria era? Un depliant di Rockin’ Umbria 1986, autografato con un and Hello Robert Wyatt!, attesta la veridicità dell’incontro. L’uomo con la barba sulla carrozzella, in una notte d’estate nella valle del Tevere, sorridente e cordiale, è apparso quale è: misto inestricabile di fallimenti, creatività ed impegno. Un umano, insomma. Legato da diversi fili emozionali all’Umbria. Ci racconta Patrizia Marcagnani che collaborò all’organizzazione di quella mitica edizione “Robert era ospite di Rockin’ Umbria ed è stato con noi per quindici giorni insieme ad Alfie. Sergio Piazzoli lo invitò perché aveva scritto un brano anti-apartheid per la Namibia”. Una contagiosa (…) canzone di festa, The Wind of Change, danza propiziatoria per ogni tempo.
Talmente forte la leggendarietà di Bob da distorcere le vicende che lo riguardano. In rete si trovano riferimenti, invero confusi, di un concerto ad Umbertide ma, ci conferma Luigi Montelione, altro modellatore dei paesaggi sonori “lui c’era, ma per una conferenza stampa, come esponente anti-apartheid e la sera presenziò concerto (con tafferugli) dei Redskins per cui l’amico Phil Good titolò sul Manifesto ‘Umbertide come Soweto’”. Delle iperboli giornalistiche tutti sappiamo, ma comunque dall’assimilazione compiaciutamente allarmistica si può (si deve) guardare al cuore verde d’Italia come a ben più di una pacificante morfologia di fiumi (non azzurri, comunque), colline e praterie. E ci sono ancora occhi che guardano con quest’attitudine. Così, “Moon In June” diventa il nome di un’associazione, di cui Patrizia Marcagnani è presidente, impegnata anch’essa a plasmare il paesaggio culturale, facendo tuffi per cercare perle. A proposito di cose preziose, viene in mente che Shipbuilding non venne trovata in un’ostrica bensì in una cassetta poggiata sullo zerbino di casa Wyatt con un bigliettino di Geoff Travis della Rough Trade che chiedeva all’uomo di Bristol se avesse voglia di cantarla. Scritta da Elvis Costello con Clive Langer, si è fatta sangue e carne nella vivacissima resiliente fragilità di un corpo spezzato e germogliante.
Che fare?