Trasformare il mezzo attraverso il quale si sviluppa, si conserva e si comunica la conoscenza, significa trasformare la conoscenza. [Herbert Marshall McLuhan]
Tra le manifestazioni che meglio vanno a descrivere le tensioni creative di questo lembo d’Italia c’è senz’altro Dancity. Il festival coagula tutta una serie di stimoli, concerti, eventi che nel tempo hanno animato il contesto culturale umbro. Questa “roba” dall’apparenza sintetica e non umana, per qualche giorno, fa emergere e trasforma in comunità neurale interconessa il passato e il futuro, la tradizione e la sperimentazione. E coloro che vi si trovano immersi, anche distrattamente, diventano nodi d’una collettività “aumentata”.
Chi ha avuto modo di girare per Foligno nelle estati in cui Dancity ha potuto distendersi dentro e fuori i palazzi e tra le vie cittadine avrà avvertito scorrere un fluido sociale rilassato dove si mescolavano i suoni elettronici e le vibrazioni degli umani, raggruppati o vaganti, più o meno inconsapevoli, come flaneurs. Proprio il termine “dancity” nella sua semantica e fonetica coglie questa pulsione eutopica: città, densità, danza.
Poi è arrivata la pandemia che ci ha reso coscienti d’una cosa, importante. Per quanto digitalizzati possiamo essere, per vivere i nostri desideri non possiamo liquefarci del tutto e mutare in puri flussi di bytes. Già si prospettano simili scenari (chi si ricorda quell’episodio di Black Mirror, San Junipero?), ma restiamo ancora fatti di carne e sangue, estensibili attraverso la tecnologia, però con questa dimensione organica ineludibile. Che poi, è vero, possiede un sistema neurale oramai quasi specchiato dai processi di funzionamento cibernetico. Chissà che direbbe McLuhan di tutto ciò?
In questo mondo blended, dove da tempo uomo ed androide si guardano negli occhi, dialogano e si scontrano (da Blade Runner a Ex-Machina si può compiere un bell’excursus di questa dialettica, che vi coinvolgerà in una serie inaspettata di problematiche, anche quelle della gender equality) ci sono molti artisti che stanno creando un continuum sensoriale, fatto di tessiture diverse, musiche incidentali, vere e proprie odi dedicate all’ibrido siliceo, che trasfigura i nostri giorni in ambienti mixed media e sinestetici.
C’è chi, coniugando competenza tecnologico e visione poetica, canta l’interconnessione tra anima e tecnologia. Uno di questi è Robert Henke, ingegnere informatico, colui che insieme a Gerhard Behles ha sviluppato l’applicazione Ableton Live utilizzata da dj e da molti creatori di musica elettronica. Poter essere sensibili ai processi creativi ed esperti delle tecnologie per svilupparli, trovarsi ad operare ad un livello in cui i due metodi non sono più distinguibili è cosa impressionante. Cosa ne deriva? Una texture multimediale futuribile e organica, che estende la percezione del mondo, ci introietta nell’esplorazione di noi stessi mentre visionariamente spalma il nostro corpo sui paesaggi reali ed emotivi che attraversiamo. Sperimentiamo una forma di immanentismo relazionale, ci arriva qualche luccicanza dell’inconscio collettivo.
Henke, senza considerare la sua attività per progetti site specific, ha lavorato seguendo almeno due strade. Quella di una sperimentazione, più spinta, sulle morfologie sonore, producendo lavori dove la musica è fatta di laminazioni orizzontali di frequenze, ambient glaciale, field recordings e rendering sonori della natura e dei suoi fenomeni. Con lo pseudonimo di Monolake ha sviluppato, fin dalla fine dei ’90, un discorso po’ più divulgativo, esplorando moduli e pattern ritmici, le forme della melodia cibernetica, formule alle quali, per via della muzak diffusa (pubblicità, moduli acquisiti nella popular music, dance), siamo passivamente già introdotti.
Quando si ebbe notizia del suo set all’auditorium di San Domenico, l’11 dicembre dello scorso anno, con il progetto “CMB 8032 AV”, ci sorse qualche perplessità. L’idea d’un concerto-installazione per vecchi Commodore, in un tempo in cui Ikeda con “Formula” ed Alva Noto con i suoi set immersivi digitali già sono storicizzati, appariva un giochino da pocket calculator. Ci sbagliavamo alla grande. Dal punto di vista visuale le proiezioni di combinazioni numeriche in mutevoli stesure geometriche c’hanno affascinato per le loro sembianze di futuro-archeologico e per l’intrinseca bellezza optical-cinetica. La musica, suonata e non semplicemente campionata, brulicava di ritmi pixelati, connettendosi direttamente alle nostre sinapsi. Con un fare gentile e vagamente jobsiano, Henke prima dello show ha brevemente illustrato la storia del progetto, sottolineandone lo spirito umanista e dopo ha invitato il pubblico a salire sul palco e osservare da vicino i computer oramai spenti ed inoffensivi. Forse.
Se la corrente ti sta portando dove vuoi andare, non discutere. [Isaac Asimov]