Non ho molta voglia di parlare di Pasolini. Eppure non posso non farlo. (Valerio Mattioli – Remoria)
Qui si dà un intreccio di nervature e nervosismi. Esercizio di eresie. E di omissioni: la più grande, non si parlerà di Nicola Fumo Frattegiani. È un passaggio sonoro pretestuoso, che va fra/inteso. Parlare d’altro.
A ben vedere c’era già stato almeno un altro incontro con Pasolini, in tempi decisamente meno sospetti del centenario. È nel 2001, quando Ciammarughi lavora per un oratorio multimediale, “San Paolo – progetto per un film mai realizzato”, di Maurizio Schmidt e con Virginio Gazzolo. A proposito: Pasolini rimane sulla via di Damasco, mancanza di fondi e poi la morte, nel 1975, che chiude tutti i giochi. E, certo, gli ultimi anni, da Teorema (1969) in giù, furono agitati assai. Basterebbe il trambusto che provocò l’OCIC (Organisation Catholique Internationale du Cinéma) premiando il film al Festival di Venezia. Monsignor Jean Bernand fece maldestramente marcia indietro dopo gli strali dell’Osservatore Romano, la denuncia per oscenità della Procura di Roma e, dulcis in fundo, l’intervento di Papa Paolo VI. Quindi la risposta piccata di PPP.
Ma dunque ecco un pianoforte, che partecipa alla ri-velazione. Scriviamo così perché il dire e fare intorno a Pasolini centenario assume la forma di un velare di nuovo. L’opera, il corpus. Il corpo (soprattutto). Il dire-fare-(baciare no)-lettera-testamento al quale Pasolini è stato sottoposto quest’anno ha assunto caratteri autoptici. Un sezionamento ermeneutico e storiografico se non sterile (tutto serve), che (s)finisce per sterilizzare il (non)senso (la sensualità?) di contraddizione su cui si esercita. Però c’è un musicista con una grande dote introiettiva, che fa musica che ti gira intorno eppure mantiene un buco nero che risucchia. Per cui, ad esempio, l’inconoscibilità radicale del suo Pasolini (che tiene dentro mentre sta alla tastiera – a volte sembra legato ad essa da un doloroso magnetismo) ci libera dalle santificazioni, lasciandoci sospesi.
Una pratica di sovrapposizioni di piani e di slittamenti del senso (in parte anche dei sensi), il concerto-trance “Caduto da sempre – Atto II – In forma di canto”. Ad Assisi: il 3 giugno. Là pure il musicista si è ri/velato. Proprio nel tentare di capire cosa fosse cambiato, cosa no, dal 1982 ad oggi. Ma non in Ciammarughi. In noi. Non si vuole fare un’analisi della tecnica pianistica. Qui si azzarda solo su luccicanze e abbagli. Don Pullen, Ran Blake, Cecil Taylor, gli europei (von Schlippenbach, Gaslini); ci appaiono in quel concerto che ri/suona ancora (come un) “qui e ora”.
Nel lungo frattempo, tutto (o molto) evolve (si avvolge) in un continuo ri/velarsi che la formazione classica e le pratiche multimediali raffinano e levigano. Non per accomodamento d’accademia, ma alla maniera degli agenti atmosferici e del tempo sulle acuminate orografie giovanili dell’anima. Ad Assisi: Ciammarughi è dietro / dentro le immagini, proiettate su schermi semitrasparenti, che definiscono uno spazio cubico, quasi un ring, con due platee di pubblico al di qua ed al di là. C’è dunque un’altra realtà, un altro punto di vista che in verità è la stessa. E forse l’unica identità sostanziale che ha due (e più) visioni realmente differenti è proprio il musicista / la sua musica.
Un flusso di oltre cinquanta minuti senza soluzione di continuità, che genera nel farsi la coerenza interna di temi, di armonie. La citazione (Bach ad esempio) assolve funzione dialogica e distintiva più che d’ibridazione. Ci fosse stato davvero (quanto da noi avvertito è puro patchwork di memoria e desiderio) un accenno ad Ostia di Coil, sarebbe bastato allo svelamento definitivo del corpo, alla reale esperienza di pietà. Pasolini, nel frattempo, è intorno, ri/immaginato in maniera ellittica, lontano dalla tragedia (o più indietro o troppo avanti), distante dall’osceno. E sull’etimo di questa parola sarebbe bello incartarsi. Se ne è fugacemente parlato, con Giacomo della Rocca di Dromo e con altri, di tale mancanza-difficoltà-disagio a rendere in immagini l’autenticità assoluta di Pasolini (il cadavere di Pasolini è il cadavere di una nazione). Questa consapevolezza è stata la grazia colpevole d’un rendering emotivo comunque struggente, così come la dolcezza del sangue d’una piccola ferita su un dito sta alla macelleria nota ma fuori scena. Avvolgeva – vera e propria placenta – il feto-suono della poesia insieme a fragilità inconfessabili (che pur tutti sappiamo) riverberanti dal mondo di sotto. Il sudore, indizio di r/esistenza.
Pasolini è il primo connettivo del mondo di sopra e del mondo di sotto, i due mondi che si riflettono ma non si toccano, posti entrambi su un piano di orizzontalità [Quella bellissima bugia che è Roma. L’antitopia della Città Eterna in Remoria di Valerio Mattioli – Antonio Zaccone]