01 Febbraio 2021

R.E.M.

Dionisio Capuano
R.E.M.

Ogni volta che saliva in auto era una sofferenza. Succedeva una cosa strana. Non si sa per quale ragione, ripensava ad un’occasione perduta. Questa si sedeva nella sua testa e non si muoveva più.

A bighellonare per Athens, girovagando fin dove Google Map permette di spingersi, l’atmosfera di campagna che si respira, pure in virtuale, è attraversata da brividi d’inquietudine. Indirizzandosi verso la vecchia casa di Michael Stype, l’architettura del quartiere ricorda “American Gothic”, il famoso quadro di Grant Wood. La musica dei R.E.M. nasce là insieme agli anni 80; è un’alchimia dove confluiscono folk, country e post-punk in una formula non del tutto decifrabile, con chimiche ignote anche agli stessi autori. Nel corso del tempo, il suono della band evolverà, sempre in bilico tra mainstream e sperimentazione, spesso tenendo questi caratteri stretti insieme, producendo frutti anomali: pop iperrealista, elettricità acida, country metafisico, ballate di una purezza che secca la gola, il tutto marchiato a fuoco da una voce inconfondibile.

Una teoria di canzoni di grande successo ed un pezzo memorabile (non necessariamente “il migliore”), dal sapore antico, il suono che fa lo sguardo dei personaggi di Wood, un senso gotico comunicato anche a chi non ha presente la copertina del loro secondo disco, Chronic Town, con la gargolla in primo piano. C’è un appeal post moderno irresistibile in “Losing My Religion”, pompato da immagini che mescolano Caravaggio e David LaChapelle. Sempre molta arte nell’estetica del gruppo, come non rammentare anche “Lotus”, infestata dello spirito di Francis Bacon?

Due passaggi dei R.E.M. in Umbria, il più recente nel luglio del 2008, in chiusura di Umbria Jazz, il tour di “Accelerate”, l’album che ne rilanciava la verve dopo alcune prove incerte, ma che non avevano permesso di archiviarli definitivamente. Il disco, corposo ed intenso, contiene una specie di losing-my-religion mutante, “Überlin”. Nel video l’allora diciottenne Aaron Johnson (protagonista di “Kick-Ass” e molto altro cinema fino ad arrivare a Tenet) esaspera la mimica di Stype in una camminata-danza nevrotica per le vie di Shoreditch, a Londra.

Chissà dove eravamo, comunque non al Santa Giuliana. Eccitati “informatori” ci riportarono di uno Stype in gran spolvero e una band che filava come un catamarano. I clip amatoriali in rete confermano i climi distesi e familiari che può avere un concerto rock se lo suona una band contenta di se stessa. Una festa, come tante altre, ma non tantissime. I R.E.M. dal vivo sono una garanzia, li avevamo visti in fase ascendente, era il World Green Tour, giugno 1989, al Palazzetto dello Sport. Li aspettavamo al varco, “Green” c’era piaciuto tanto. Sicuro, le due speed-pop songs che l’avevano lanciato, “Stand” e “Pop Song 89”, erano divertenti e pure politiche, ma noi fremevamo per un paio di gocce aspre, “Orange Crush” e “I Could Turn You Inside Out”, e soprattutto per “World Leader Pretend”, ballata sull’orlo dell’apocalisse. Ci cademmo dentro felici. Le canzoni, si sa, poi, a volte, ritornano. Quella, in particolare, tornò nel 2014 per la campagna anti-Trump “30 Days, 30 Songs”. In verità non se ne vanno mai, orbitano. In un certo momento sono più lontane, poi, in un altro, le suoni e si incarnano di nuovo.

Aveva oramai uno stadio di occasioni perdute. Sapeva però che sarebbe bastato poco per fargli fare la più grande ola mai vista.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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