Orazio, poeta latino, è un epicureo, non pensa come gli stoici che la vita umana abbia un senso trascendente, che ci sia un aldilà. Siamo solo un aggregato di atomi che al momento della morte si disgregherà. La morte non ci riguarda. Ma questa teoria non riesce a rasserenare del tutto Orazio. Dietro l’apparente serenità sempre ribadita, ottenuta attraverso l’abbandono delle passioni, in particolare quella amorosa, avvertiamo un’ombra che incombe, il pensiero della fugacità della vita capace di gettare nubi di oscurità anche sui momenti più tranquilli e luminosi. Con la ragione, allora come oggi, non riusciamo a diradare le inquietudini che si annidano nella mente, nel trascorrere del tempo, ed in questo Orazio è un nostro contemporaneo. Presentiamo una stessa poesia due volte tradotta da due poeti del Novecento molto importanti, per toccare con mano come due diverse sensibilità possano suonare in maniera magnifica e diversa la stessa musica, e se volete, fateci sapere quale è la vostra preferita, noi ce l’abbiamo già; e poi di seguito un’altra sua poesia molto bella.8
Non domandare
Non domandare, è male,
la fine mia, la tua.
Non cercare gli oroscopi.
Ti basti,
quel che sarà,
patire.
Altri inverni verranno
o questo è l’ultimo
che ora affanna
ai promontori
il mare Tirreno.
Tu che sai,
versa altro vino:
la vita è breve,
è lunga la speranza.
Recidila.
Ti parlo
e l’ora va.
Ridi al giorno.
Altro non c’è.
Traduzione di Franco Fortini (1917-1994)
Non domandare
Non scrutare la fine
A me, a te, Leuconoe,
decretata dagli Dei:
saperlo è un’empietà;
Non perderti
in oroscopi caldei.
Qualunque cosa capiti
soffrirla
È molto meglio
E ci dia Giove
molti inverni ancora
O sia già questo
che le onde sfianca
Sui lisci scogli
della costa tirrena
L’ultimo, tu rimani
Nel concreto,
filtrami i vini;
La speranza
senza misura
Escludila dalla vita,
è breve
Noi parliamo
e la rapinosa vita
È già fuggita
Godi oggi la luce,
la futura
Credimi è niente
Traduzione di Guido Ceronetti (1927-2018)
Inverno
Vedi il Soratte
di neve candido:
lo strato è così denso
che ne soffocano
stremati i boschi,
nella morsa stretti
del ghiaccio
s’induriscono torrenti.
Scaccia il freddo, Taliarco;
ammucchia legna
sul focolare
e il vino che è
nell’anfora sabina
coi manichi,
di quattro anni,
strappa, consuma tutto
Gli Dei compiano il reso;
i venti
che si combattono
sopra l’onda in tempesta
ecco di colpo abbattersi,
ai cipressi
ai vecchi frassini
languire il moto.
Come sarà il domani?
Quest’ansia fuggila.
Quanti giorni segreti
T’abbia la sorte,
vigili come
un raro guadagno,
ragazzo mio.
E dolci amori
e i balli finchè
dalla lunatica vecchiezza
l’età verde resta lontana,
non trascurare.
Questo è il momento!
Mentre lievi bisbigli
Nella sera
Riempiono il Campomarzio
E le sue piazze
Tempo è d’andarci
E inebriarsi al riso
Rivelatore di quel
Che al buio
Rannicchiata
Una donna cela.
E l’oggetto che non
Tenaci braccia e dita
Contendono
Strappare a lei,
d’amore.
Traduzione di Guido Ceronetti