Perché i Poeti sono anche piccoli profeti
Facciamo come se parlasse lui, Pier Paolo Pasolini, ci spiegherà meglio chi era, perché in questo caso è molto più interessante, attraverso la poetessa Maria Grazia Calandrone:
“Io lavoravo con gli archetipi, vedevo come certi dei antichi camminassero nelle borgate romane. Sceglievo come attrici dei miei film donne rogo come Anna Magnani e Maria Callas: nei loro occhi la periferia era già un altrove, un sito arcaico -un’area ai confini del tempo, più che dello spazio urbano- ai confini simbolici tra natura e cultura. Lo stesso mi faceva la poesia. Quando scrivevo versi, le cose erano all’improvviso luminose da dentro. Una scavatrice, i calzoni di un ragazzo, ed ecco Cristo. Questa luce era un affronto spontaneo. Alla luce del mito, in questo splendore archeologico, io capivo il presente: le dissonanze che sporgevano dalla realtà mi tiravano in faccia pugni di vero dolore. Non potevo che dire, e siccome il mio dire era una insistente denuncia politica, nel mio corpo di atleta venne fatto esplodere il cuore, sotto le gomme di un auto, poco oltre i miei cinquant’anni, abusando oscenamente della mia omosessualità: così affamata, esule, disperata e ingenua. Era la mia dolcezza che mettevo nei corpi, già da solo portavo i miei amori come l’ascia di una colpa -come ero- un impasto dolente tra un cristiano delle origini e un comunista. Povero Pino (Pino Pelosi, il giovane che si autoaccusò dell’omicidio), braccio posticcio della mia morte, che ti hanno fatto! Moravia disse che l’omicidio era grande, perché di poeti ne nascono pochi in un secolo. Certo, io sono morto perché qualcosa dentro mi spiegava dove il mondo a me contemporaneo fosse rotto, in quali sentimenti, a quali modi coatti e osceni rovinasse l’Italia, per quale naufragio dell’anima il mio Paese tenuto in braccio dal mare fosse stato preparato dal malanimo dei suoi governanti. Ero nato a Bologna nel 1922, e all’idroscalo di Ostia è avvenuto il martirio, il 2 novembre 1975. C’è un monumento in abbandono, ma che volete che importi: il monumento me lo sono eretto con le parole. Adesso posso dirlo, me lo perdonerete. Sono stato poeta del cinema, degli articoli di giornale e dell’opera critica, perché il mio era uno sguardo di un poeta e mi metteva ovunque la sua grazia e la sua gratitudine. Egualmente fui autore di canzoni, celebrai la bellezza del creato tanto quanto può un uomo, lodai l’altezza delle nuvole anche viste dal fondo di una discarica, lavorai in radio e alla televisione, m’interessai alla vita anche nella sua forma più maligna e segreta, come in ‘Salò’, m’innamorai e scrissi nel materno dialetto friulano e in quello romano, e amai mia madre da poeta, con una univocità che mi soggiogava, vissi con lei per tutta la mia vita, io ero me stesso e mio fratello Guido, il partigiano ucciso dai suoi stessi compagni; misi mia madre ai piedi della croce: una Madonna vecchia. E così avvenne: lei vide intera tutta la mia croce, perché i poeti sono anche piccoli profeti, e perché le profezie sopravvivono ai profeti. Ma, finchè lei ha sorriso, io non sono andato perduto”. Pasolini, intenso come un monaco, che preferiva parlare con chi non avesse fatto più della quinta elementare, aveva capito tutto: il progressivo snaturamento dei contadini e degli operai, lo sfacelo e la corruzione della borghesia, la resa al fascismo del consumismo. Pasolini, simile al Cristo Morto del Mantegna, vicino alla sublime inquietudine del Caravaggio.
Supplica a mia madre
È difficile dire con parole di figlio
Ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.
Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.
Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.
Sei insostituibile. Per questo è dannata
Alla solitudine la vita che mi hai data.
E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
D’amore, dell’amore di corpi senza anima.
Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
Sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:
ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.
Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.
Sopravviviamo: ed è la confusione
Di una vita rinata fuori dalla ragione.
Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono, solo, con te, in un futuro aprile…
2
Irrompono negli orecchi, fissi,
dai nuovi campi dell’Aniene i vecchi
grilli, e mi gridano in silenzio
la mia inascoltata solitudine.
Scomparso dentro questa vecchia
Calma campestre che non è la mia
Rincaso, e sotto i lontani punti
Dei lumi dei sobborghi, i grilli
Sollevano un canto che ricopre
Con la malinconia il rimorso
E con la monotonia il terrore.
3
Sul fondo di un trito e assorto canto
Di grilli, il fischio dei ragazzi
Sconosciuti, e le loro voci pure,
bruciano in un attimo tutta la
residua mia ansia, il mio udito.
Sento una consunzione, in me, di morto,
se intatto, puro, caldo, come
un tempo, avverto appena un colpo
irrisorio al petto (dove il pianto
è lieve come l’umido sui sordi
campi dell’Aniene), riascoltando
quei grilli, quelle pure inflessioni
di voci, quel frenetico, limpido
brusio che, sopravvivendo, mi condanna.
4
Una furiosa luna sulle zolle
Non arate, le secche impalcature,
spande fuoco. Tanto più folle
quanto più calmo il passo mi conduce
verso angosce che furono pure.
5 (P.P.Pasolini e Domenico Modugno )
Che io possa esser dannato
Se non ti amo
E se così non fosse
Non capirei più niente
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così
Ahh ma l’erba soavemente delicata
Di un profumo che dà gli spasimi
Ahh tu non fossi mai nata
Tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
Così
Il derubato che sorride
Ruba qualcosa al ladro
Ma il derubato che piange
Ruba qualcosa a se stesso
Perciò io vi dico
Finchè sorriderò
Tu non sarai perduta
Ma queste son parole
E non ho mai sentito
Che un cuore, un cuore affranto
Si cura
L’unico e tutto il mio folle amore
Lo soffia il cielo
Lo soffia il cielo
così