Non dimentichiamo che il nostro dovere è essere liberi [ Ubu Incatenato – Alfred Jarry]
La patafisica è la scienza delle soluzioni immaginarie, un’invenzione di Alfred Jarry, illustrata in un epifanico libretto intitolato “Gesta ed opinioni del dottor Faustroll, patafisico”. Scienza di cui si sente molto il bisogno. O forse no. Giacché è anche troppo praticata, nella maggior parte dei casi – ed è il guaio – da gente senza immaginazione. Non c’è nemmeno bisogno di andare troppo lontano per trovarne esempi. Jarry, però, è forse più famoso per un’altra creazione, Pa’ Ubu, esseraccio infame, vigliacco e traditore, quintessenza umana, che ha tratti del Macbeth di Shakespeare. Il drammaturgo, negli ultimi anni della sua vita, finì per assimilarsi alla sua creatura e, per dire, si firmava Pere Ubu. Oggi, a guardar bene, i Pa’ Ubu se ne vedono molti in giro.
Alla fine degli anni settanta a Cleveland alcuni giovinastri giocavano con il rock annusando cambiamenti nell’aria. C’erano i Rockets from the Tombs, la cui prima vita fu breve ma importante. Là dentro vennero gestati embrioni visionari che di lì a poco daranno vita a una band da rivoluzione musicale copernicana.
I Pere Ubu nascono nel 1975 e sono tutt’ora in attività, la loro formazione è una specie di incrocio stradale per il quale sono passati quasi una trentina di musicisti. Colonna e voce caratterizzante, acuta, stridula, disturbante, (non si potrebbero immaginare i Pere Ubu senza il sua timbro) è David Thomas, di Miami, classe 1953, agitato da turbe psichiche corrette con pratiche religiose geoviste. Mentre uscivano i loro primi tre singoli 30 Seconds Over Tokyo (1975), Final Solution (1976), Street Waves (1976) noi stavamo ascoltando un mischiaticcio che andava da Supersonic di Jerry Mantron alla Ballata di Carini di Gigi Proietti, Pink Floyd e Genesis. Poi, qualcuno ci portò da lontano, da Roma, dei vinili con roba strana. Luccicanze, scintille e illuminazioni ed anche una canzone facile come una caramella avvelenata, psychobilly bipolare, elettrizzante e incredibilmente sperimentale: The Modern Dance (1977).
E fu vero amore, che dura ancora, con alti e bassi, ma questi ultimi sono, oltre che inevitabili, davvero pochi. Nel suono dei Pere Ubu abbiamo sempre trovato verve punk originaria (elisir d’eterna giovinezza), uno strano ma reale senso del groove. E la sperimentazione che si manifesta dall’interno, come un’entità parassita che fuoriesce dalle spoglie della normalità. Insomma l’America (ossia il mondo occidentale) come nessuno ve la saprà mai raccontare.
Anche negli altri suoi percorsi paralleli, tipo con i Two Pale Boys, Thomas ha continuato a narrare il luogo che non c’è, il Big Country, la frontiera sfondata. “Erewhon” (1997) risucchia in una specie di folk apocalittico ed imploso, fatto di refrain che attingono a melodie blues da inconscio collettivo e si straniscono come fossero infiltrare da sostanze radioattive.
Quest’uomo grosso e pingue, con look da predicatore terminale, ha portato i Pere Ubu fin quasi sulla soglia della normalizzazione, Worlds in Collision (1991) ma è stata una finta, perché poi ha ripreso a fare della musica un teatro borderline, deformandone le strutture quanto basta a rivelare l’assurdo dietro le apparenze. Nel 2014 esce il sedicesimo album, “Carnival of Souls”, ispirato all’horror di Herk Harvey (1962). Il tour di quell’album tocca nel 2015 anche l’Urban, nell’ambito della rassegna “The Passengers”. Era il classico umido febbraio perugino. Quelle canzoni da cabaret surreale, cupe e disturbate ben s’addicevano al clima (o era il contrario?). Straniti, felici e affabulati, uscimmo dalla sala concerti, biasciando i versi di Bus Station, sperando nella loro funzione apotropaica e controllando se fosse comparsa qualche strana spirale sul nostro ventre.
Il corpo è un veicolo tanto più necessario in quanto sostiene i vestiti, e, con i vestiti, le tasche [Dottor Faustroll, patafisico – Alfred Jarry]