Gertrud Kolmar, poetessa tedesca di famiglia ebraica, lavorò come insegnante e istitutrice, ebbe un grande amore infelice che la condusse ad un aborto ed a un tentato suicidio. Fu deportata ad Auschwitz dove morì nel 1943. I suoi sono versi lunghi, di ispirazione quasi biblica, che sgretolano la quiete borghese. Aprono verso qualcosa di diverso ma si scontrano sempre con un limite che può essere di felicità o di libertà, e l’accettazione di ciò rivela sempre delle crepe e delle insoddisfazioni nei suoi desideri, nelle passioni, nelle immaginazioni molto intense.
Nostalgia
Penso a te.
Sempre penso a te.
Qualcuno mi parlava ma io non ci badavo.
Guardavo il blu Cina del cielo serale, dove la luna era
appesa come una tonda e gialla lanterna
e pensavo a un’altra luna, la tua
che per te diventava forse
lo scudo splendente di un eroe
iconico o il dolce disco dorato
di un nobile atleta.
Nell’angolo della stanza
sedevo senza la luce della lampada,
stanca del giorno, velata,
completamente abbandonata al buio,
le mani posate in grembo,
gli occhi semichiusi,
ma sulla parete interna delle palpebre
era dipinto, piccolo e sfocato,
il tuo ritratto.
Sotto il firmamento camminavo
accanto a giardini silenziosi,
a silhouette di abeti,
di case piatte e ammutolite,
di frontoni aguzzi
sotto il morbido cupo mantello
solo di tanto in tanto graffiato
dallo scricchiolio delle ruote,
lacerato dal grido di una civetta,
e parlavo tacendo di te, amato,
parlavo al silenzioso bianco cane
dagli occhi a mandorla
che mi accompagnava.
Abbandonata
Ti sbagli.
Credi di esser lontano,
e che ti cerchi ansiosamente
e non riesca più a trovarti?
Ti tocco con i miei occhi,
con questi occhi,
che sono buio e una stella.
Ti trascinai sotto questa palpebra,
la chiusi e sei per sempre prigioniero.
Come credi di poter fuggire ai miei sensi,
alla rete del cacciatore,
a cui mai sfuggi una preda?
Non mi lasci più cadere
dalle tue mani
come un mazzo di appassiti fiori,
per strada gettati,
e sulle soglie calpestati
e da tutti infangati.
Ti ho voluto bene.
Tanto bene.
Ho pianto tanto…
con preghiere ardenti…
E ti amo ancora di più,
perché per te soffrii,
quando la tua penna
non scrisse più lettere,
non più lettere per me.
Ti chiamavo amico e signore
e guardiano del faro
sul sottile tratto d’isola,
tu, il giardiniere
del mio frutteto,
e ce n’erano mille buoni,
e nessuno era quello giusto.
Non mi accorsi
che mi si infranse il vaso
che conteneva la mia giovinezza—
e piccoli soli,
gocce ch’essa stillava,
si dispersero nella sabbia.
Ero in piedi e ti fissavo .
Il tuo passaggio
rimase nei miei giorni,
come profumo
sta attaccato ad un abito,
che inconsapevolmente lo accoglie
solo per portarlo sempre addosso.