07 Giugno 2021

Penguin Cafe Orchestra

Dionisio Capuano
Penguin Cafe Orchestra

Gettate la vostra zavorra, uomini! Fate che la navicella della vostra vita sia leggera, carica soltanto di ciò che vi è indispensabile [Tre Uomini in barca – Jerome K. Jerome]

Tutto, o comunque qualcosa di importante, iniziò per via di una intossicazione alimentare da pesce avariato. Il malessere conseguente provocò a Simon Jeffes incubi popolati di strani personaggi, il più singolare era il sedicente titolare del Penguin Cafe, che gli spiegò come “casualità, spontaneità, imprevisto e irrazionalità siano cose molto preziose e se vengono soppresse per avere una bella vita ordinata, si uccide ciò che è più importante”.

Di formazione classica, nato nel 1949 a Crawley nel Sussex, (cittadina il cui nome non dice molto fino a quando non si menziona l’aeroporto di Gatwick) ebbe a che fare anche con il punk visto che curò gli arrangiamenti d’archi della famosa versione di My Way interpretata da Sid Vicious e inclusa in “The Great Rock n’ Roll Swindle”. Nel secondo quinquennio degli anni settanta, periodo ribollente e vitale quale solo il Medio Evo fu, tutto era possibile. E se, superficialmente, sembrava si volesse solo azzerare il mondo con chitarre ignoranti trincia passato (ma era una finta, anzi un falso, come testimoniano le vicende delle registrazioni di “Never Mind” dei Sex Pistols), in verità era il tempo d’un meticciato culturale, che accanto alla virulenza del punk, proponeva altre mille forme, compresa quella gentile, campestre ma pure inquieta, della Penguin Cafe Orchestra. Una “casa ritrovata”, tra l’Africa, Mozart, Delvaux e Ernst.

Sarà la Obscure di Brian Eno a licenziare l’esordio, “Music from the Penguin Cafe”, nel ’76. L’ensemble venne fondato qualche anno prima, insieme alla violoncellista Helen Liebmann. Il sogno è, infatti, del ’72 e le prime registrazioni del ’74. L’album segnava l’avvio d’una avventura singolarissima, Jeffes mostrò doti di alchimista e delle sue formule molto resta ancora un segreto. Una struttura neo-classica, con un gusto sopraffino per la melodia deja-vù, irrorata da nuances folk, allegrie contagiose, armonizzata a volte su toni melanconici e surrealisti allo stesso tempo, come traspare fin da certi titoli, The sound of someone you love who’s going away and it doesn’t matter (che ci echeggia “Dedicated To You But You Weren’t Listening”, storia diversa ma con punti d’intersezione)

Tra quell’esordio e il 1987 stillarono altri albums, non moltissimi invero, in studio soltanto tre: “Penguin Cafe Orchestra” (1981), “Broadcasting from Home” (1984) e “Signs of Life” (1987). La qualità della musica segue una linea d’inventività ascendente e tutti i lavori della PCO costituiscono un must in qualsiasi collezione minimamente attenta alla bellezza trasversale. Produzione di altissima qualità in cui possono spiccare, per via di “tricks” e cantabilità più immediata, alcuni brani “biglietti da visita”. È gioia e tormento, ad esempio, il loop di Telephone and Rubber Band intorno al quale si costruisce la spirale di una irresistibile danza minimal-folk.

I segni di vita trovano Jeffes ed il suo gruppo in piena forma. Utilizzano i generi (minimalismo, folk, ambient, pop) per fare quello che vogliono e, lo diciamo con formula di rito, registrano l’album della vita. Musica che fluidifica le sinapsi e canta l’eterna, trepidante ansia d’estate. Fu il 28 agosto dell’87, la bella stagione di Rockin’ Umbria, quando non riuscimmo a vederli. Davvero forze maligne maggiori impedirono di svincolarci. Fu quasi una beffa, chiusi in una radio davanti ad una consolle curando una playlist di muzak da tappezzeria mentre alla Sala dei Notari (fu là vero?) esplodevano i colori e profumi (così continuiamo ad immaginare) della festa perpetua. Perfidi amici ci decantarono verve, leggerezza e perfino i gigionismi dei musicisti, tratteggiandoci una musica da camera con vista sull’immaginazione.

Venne anche “Union Cafe” (1993), magia uguale e differente, un ombra di tristezza in più, col senno del poi, annuncio di morte di Simon Jeffes, nel 1997. La Penguin Café Orchestra si sciolse, anzi si trasformò. Suo figlio Arthur rimise insieme idee e pezzi di cuore aprendo una nuova stagione. L’ensemble si chiama “Penguin Cafe”, perché le radici sono le radici, eppure, senza abbandonare il repertorio storico, soprattutto dal vivo, il nuovo gruppo ha maturato una propria identità ed un’epica sonora che ben s’adatta al film dei nostri tempi.

Finalmente! Seduto al tavolino si godeva lo spettacolo dell’umanità del solstizio, contenta mentre le giornate iniziavano a diventare più corte.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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