19 Aprile 2022

Patti Smith

Dionisio Capuano
Patti Smith

Domenica di Pasqua, stavamo camminando / Domenica di Pasqua,stavamo parlando.

Ci sono canzoni che, per quanto iconiche (o proprio per questo?), non abbiamo mai sopportato. In segreto disprezzando (non si fa) chi, cantandole, soprattutto in coro, magari con gli accendini accesi, ne salmodia le parole senza, probabilmente, capirne il (contro)senso. Ce ne sono altre, invece, che ci stanno dentro, per traverso. Perché nella lineare schiettezza innodica c’inchiodano alla nostra ignavia. Tipo una di Patti Smith.

Attraverso Patti Smith si solca la storia (rock, arte, poesia, cultura occidentale) degli ultimi cinquanta anni. I tre quattro inni (generazionali?) che ne disegnano il profilo “popular” appena danno l’idea della reticolare complessità della sua figura. È storia di relazioni, di molti uomini. Artisti. Figure non da poco come (meri esempi) Robert Mapplethorpe, Sam Shepard. Allen Lanier dei Blue Öyster Cult. Una poligenesi della personalità. E siamo agli esordi.

Con Lenny Kaye il primo singolo, cover che è più di una cover, Hey Joe. A sentirla oggi (ancora e ancora) provoca aritmie, più di Hendrix (eh sì…). Il sodalizio con Kaye è forte e duraturo, scavalca i millenni. E ci sono dentro gli anni in cui tutto si consuma. Macerie che fumano. Quand’è stato che si è ascoltato per la prima volta Patti? Era il settantotto; già ci sentivamo in ritardo. “Horses” è del 1975, “Radio Ethiopia” del ’76. In contemporanea alle parole la cui chiarezza ancora sgomenta: Desire is hunger is the fire I breathe / Love is a banquet on which we feed. Qualche anno più avanti ci verranno spiegate, “spiegate” quasi in senso fisico, incidentalmente, da Cioran e da un acutissimo rabbino, Marc-Alain Ouakin. Un immaginario in cui, con Springsteen, ci tuffiamo dall’Atalante nell’equorea notte del desiderio.

Ogni cosa torna. “Easter” è intriso di riferimenti all’Antico e al Nuovo Testamento, ad Arthur Rimbaud, in una mescolanza che non è né sintesi né sincresi, ma confluenza di energie che trovano verso, assonanze. Più versi. Senza scordare la bandiera americana – si vede nei concerti -, in cui si la sacerdotessa del rock si avvolge, innescando spirali di contrastanti sensazioni, mentre il Salmo 23 cortocircuita con il film di John Heyman, “Privilege”.

Quando esce “Wave”(1979) sembra tutto compiuto. Dodici mesi di ubriacature sonore, un susseguirsi di epifanie e Patti Smith pare ripiegarsi, implodere in una vulgata che, da puristi giacobini, non ci sta per niente bene. Addirittura ci infastidiva Frederick (invidia). Non ci bastava Dancing Barefoot, pur intendendo che l’energia è sempre là, sta solo prendendo nuove forme. Capivamo poco, eravamo rimasti al non so cosa voglio, ma so come ottenerlo (che poi era una truffa).

La perdiamo Patti perché perdiamo noi, mentre la musica s’infila nei mutanti anni ’80, sul cui finire esce quel “Dream of Life”, l’unico album con il marito Fred “Sonic” Smith, il disco con “quella” canzone. Mentre si continua a contrapporre passato e presente, con l’attitudine di bieco avanguardismo che rimpiange i tempi passati. Perché le canzoni restano, te le puoi portare dietro, non invecchiano, ma la storia va comunque avanti. E d’improvviso ci si accorge che passato e presente, pur diversi, sono saldati indissolubilmente. Altre le dialettiche da fare.

E dentro noi, che ci distraiamo e leggiamo troppe poche poesie, passano fili di note che per grazia ci tengono legati a ciò che conta. Basta una canzone in un decennio, anzi di meno: una semplice compresenza. Ti porterò lì. Oh, laggiù. Ti porterò lì. Oltre, lasciami…Ti porterò lì …Lì, lì, tesoro, sì…

Patti Smith ha suonato nel 2002 a Terni, poi nel 2012, l’anno di Banga, a Perugia, per Rockin’ Umbria. Il quattordici dicembre 2018, sconfinando, l’avevamo vista e sentita pure a Cortona, per il suo “Word and Music Tour”. Poi nel dicembre 2019 è tornata, a Spoleto, sempre con parola e musica, sempre accompagnata dal fidatissimo Tony Shannan. Ora, non contano (in verità, sì) certe impressioni, il canto-e-controcanto Come come come come back come back Come back come back come back, incollato in testa da quarant’anni, con uno struggimento che è ossessione-illusione. Conta, invece / di più, la frustrazione, ombra d’una qualche sintropia, che vibra in parole “in-credibili”. Perché, di questi tempi, lo sguardo che si dà all’intorno s’inceppa sullo scorno se non sul fallimento. C’è bisogno di cantarsi, il mio sonno è stato interrotto, ma il mio sogno rimane(va) chiaro. Poi, avendo coraggio, pure il ritornello.

Io sono la primavera, la terra santa / Il seme infinito del mistero / La spina, il velo, il volto della grazia.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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