27 Giugno 2022

Paolo Damiani Unit

Dionisio Capuano
Paolo Damiani Unit

“La nostra esperienza con il suono si dispiega come un continuo adesso” [Michael Stocker]

Scherzi delle sedimentazioni e reazioni neuro-chimiche di ascolti e desideri, la prima volta che abbiamo ascoltato Telesonge, tema che si ritrova anche nel recente “Memorie Future” (2021) a nome Paolo Damiani Unit, ci è venuta in mente Conference of the Birds di Dave Holland. Sarà che sono tutt’e due contrabbassisti e finissimi compositori, sarà che abbiamo sempre ruminato sulle loro affinità stilistiche, nella complessa immediatezza dello spartito ci si sono fatte presenti, come frulli della memoria, suggestioni di quel consesso ornitologico mirabilmente evocato dal compositore inglese nel 1972. Sia ora una delle nostre classiche fate morgane, un colpo di calore, sabato scorso, al Tempietto sul Clitunno, tra cicale e qualche bordatura di auto in viaggio lungo la Flaminia, la “visione” si è ripresentata. Vieppiù, il passaggio del musicista romano è andato a tirare altri fili.

Ci potrebbe essere, ad esempio, una qualche affinità tra il concept-concert della PDU (Sound and Silences of the Earth) – nonché il progetto festival in cui si inserisce, GeoRisonanze – e alcune idee di fondo di Passaggi Sonori. Ricerca e ri/costruzioni di legami tra suoni e luoghi, ipotesi di consonanze tra territorio, morfologie antropiche e spartiti, tra ambiente e suono, tra storia ed eventi puntuali. Immaginando ancora una la musica (l’arte) come una fertile irrorante sostanza utile a coltivare la dimensione umana, il paesaggio vero, che ci pare davvero a rischio di desertificazione.

La carriera artistica di Paolo Damiani disegna uno dei più interessanti itinerari d’avventura del jazz italiano (quest’aggettivo lo si intenda a meri fini di anagrafe dell’autore), dagli anni settanta, con Giorgio Gaslini e poi in tante formazioni, per tutte l’esperienza dell’Italian Instabile Orchestra. Intrico di collaborazioni – accenniamo solo a Trovesi e Schiaffini, peccando così infernalmente per omissione – fino ai progetti di vera e propria appassionata coltivazione delle creatività con l’Orchestra Nazionale Jazz Giovani Talenti… e qui un filo, sottile ma di gran portanza, ci riannoda alla puntata scorsa…

La Unit, recente incarnazione del sonante desiderio di indagine della musica e della sua capacità di rimettere in contatto l’essere umano con ciò che lo circonda e a cui appartiene, si è presentata come un fluido interfaccia emozionale tra forme che colpiscono ad altezza inconscio collettivo e attraversamenti dello specchio della sperimentazione, senza forzature però neanche indulgenze.

Il progetto – festival GeoRisonanze esplora la cosiddetta musica elettromagnetica che, detto in parole povere (e speriamo non troppo scorrette), si propone di registrare i suoni della terra facendo dello spartito e della notazione strumenti per traslare emotivamente gli imperscrutabili (neanche più di tanto) moods del pianeta e dare una voce altra ai luoghi.

Nel caso di specie Antonio Menghini (geologo) e Stefano Pontani (musicista poliedrico anche con pregressi prog), con impulsi elettromagnetici, hanno interrogato le profondità terrestri nei dintorni del Clitunno e registrato le risposte della terra, estraendone tracciati grafici che poi Damiani ha tradotto e trascritto sul pentagramma utilizzando il sistema del temperamento equabile. Qualcosa di filosoficamente analogo Cage l’aveva fatto in Atlas Eclipticalis, sguardo idealmente verso l’alto, le cui partiture sono sviluppate sulla base della posizione e del colore degli astri sulle mappe stellari di Antonín Bečvář. In effetti, pure in questo caso meglio mettere le mani avanti: si sta associando secondo un “ereticissimo”, contro-intuitivo, sistema di gradi di separazione.

Le composizioni sviluppate con tale approccio manifestano una struttura distante dai modelli melodici tradizionali. La musica conforma un paesaggio irregolare, dai colori e timbri irrazionali. Un universo felicemente incongruo, ma non incomprensibile, nei suoi pendii scoscesi e nelle geometrie armoniche non euclidee. La voce (Camilla Battaglia), lirica come il diamante, ci trasporta a volte in vertiginose forre sottomarine abitate da creature ibride acustiche ed elettroniche, la cui fisionomia è tratteggiata in tecnica mista dalla tromba (Giuseppe Falzone) e dal clarinetto (Federico Calcagno), mentre il contrabbasso mette in evidenza le correnti fluorescenti che animano lo scenario, che è fuori e dentro l’ascolto. Quello che sia la scienza dell’Emusic, è stata la poesia (la sempre fantascienza) del jazz (trans-genere continuamente polimorfo e sempre simile a se stesso) ad averci interrogato con le sue frequenze. E in questo caso sono importanti le domande, non le risposte.

Ascoltare, infatti, implica una disponibilità ad affrontare l’imprevedibile e il non pianificato, ad accogliere ciò che non è gradito. Come si raggiunge un tale stato di ascolto, perché dovremmo volerlo? [Hildegard Westerkamp]

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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