Giunto al bivio non sapeva da che parte andare.
In Exit West di Mohsin Hamid, i due protagonisti, Nadia e Saeed, mentre intorno infuria la guerra civile, scoprono che in alcuni edifici vi sono porte e passaggi per raggiungere altri luoghi della terra, dove forse si potrà vivere meglio. Le canzoni in fondo, servono a questo, quantomeno a passare ad un altro livello di consapevolezza. Sulla mappa neanche troppo segreta dei sentieri per l’altrove, ossia il “qui” che vogliamo veramente, diversi percorsi sono stati segnati da Paolo Benvegnù. La visionarietà della sua scrittura era già evidente negli Scisma, il gruppo con il quale si innesca, nella prima metà dei ’90, il percorso artistico.
“Bombardano Cortina” (1995) costituisce un’importante anomalia della musica italiana. Obliquamente radiofonico, stigmatizza quegli anni di sedicente cambiamento, dove il post-moderno si è arenato assumendo la forma definitiva di stasi fluttuante. Apre le danze Dio Esterno,per iperbole la versione a là Mark Fisher, da fine della storia, di Dio è Morto.La maturità espressiva sarà in “Rosemary Plexiglas” (1997) e “Armstrong” (1999) dove collidono, secondo strategie che qualcuno definirebbe polivocali, universi espressivi fusi in una lega sonora di indie iper-elettrico, psichedelia, shoegaze, speziature popolari ed energia non categorizzabile.
Proprio ad inizio del terzo millennio, gli Scisma danno giusto seguito al proprio nome sciogliendosi e il musicista milanese inizia un altro percorso, diverso e conseguenziale, da solista ma che di fatto lo vede intersecare molte entità creative, segnando questi ultimi venti anni sia con produzioni discografiche a suo nome, (sei album in studio tra il 2004 ed il 2020: “Piccoli fragilissimi film”, “Le labbra”, “Hermann”, “Earth Hotel”, “H3+”, “Dell’odio dell’innocenza”), sia con una serie di collaborazioni e sodalizi, tra musica, teatro, letteratura. Peccando di omissione: Marco Parente, Otto’p’notri, Tommaso Cerasuolo, Marta sui Tubi, Marina Rei, Nicholas Ciuferri.
In un continuo processo di raffinazione, verso una sempre più acuminata complessità, nascono canzoni la cui fisiognomica d’autore fa d’interfaccia ad una densità narrativa affatto differente dal modello cantautorale. Centrato sull’esperienza personale come punto d’osservazione, l’orizzonte si allarga cinematograficamente sui grandi temi dell’esistenza che entrano e fuoriescono da note e parole. La cantabilità diviene il punto in cui la pietra focaia della voce fa scintillare personale e universale.
Ragioni affettive e circostanze ci legano a “Hermann” in particolare, più che il preferito, un punto di appoggio per elevare tutto il resto. Ascoltando quel disco s’è fatta forte l’idea della canzone come attraversamento e di Benvegnù come flâneur-cantante che ci accompagna nei vagabondaggi attraverso i paesaggi umani. Artista, tra l’altro, molto legato e collegato all’Umbria tanto da curare produzioni di gruppi autoctoni, partecipare a progetti educativi e decidere infine di risiedervi.
I suoi numerosi passaggi sonori hanno toccato soprattutto posti piccoli e caldi, con tante porte segrete per attraversare le abitudini. Valga per tutti, e come augurio per gli altri che si spera verranno, uno che non è nemmeno il più recente, la serata con Giancarlo Onorato al Loop di via Cartolari a Perugia, nel 2013, archetipo del concerto a misura d’uomo. Sei là, da solo in un angolo ed è come stare spalmato per tutto il mondo e senti solo vibrazioni che ti fanno bene. Un rosario di luccicanze, quelle di Onorato certo, le altre chiamate riduttivamente cover: The Cure, Jeff Buckley, Luigi Tenco, Radiohead. E fiori di Benvegnù, pure quello profumatissimo che proprio ad una canzone di Thom Yorke e compagni ruba nuances armoniche: Avanzate, Ascoltate. Da queste parti la si annovera tra le dieci italiane più belle dai tempi dell’ultima glaciazione.
Come gli era stato insegnato, aspettò il tempo che c’era da aspettare e la strada andò da lui.