Attraverso un’esistenza solitaria e raccolta Sbarbaro”…esprime uno degli aspetti più inquietanti dell’uomo contemporaneo, sorpreso dal calmo terrore di un progressivo inaridimento, vago di un’innocenza ormai perduta, sgomento di fronte al vuoto e al gelo dello spirito inerte, ove si specchia il mistero angoscioso del destino umano. … A volte si manifesta con una pacata confessione, con un sofferto diario dell’anima, ove un dolente distacco toglie all’emozione calore e peso, sì che l’aridità si risolve stilisticamente in essenzialità, rigore e purezza di voce… Altre volte vi è nei suoi versi la presenza ossessiva di un male senza scampo, connaturato all’essere, una lucida chiaroveggenza che scopre l’inganno, una rivolta contro la realtà e gli assurdi dell’esistenza, la coscienza di essere escluso, l’angosciosa amarezza di chi si sente e si pone fuori dall’illusione, dagli inganni del mondo…Mai egli ha piegato la sua vocazione creativa a scuole, mode poetiche: nei suoi versi umanissimi e affabili ha scavato con umiltà e vigore strenui verso quella verità che non può essere che solitaria conquista interiore” (da ‘Poeti italiani del XX secolo’). Un poeta forse minore, simile a quei pittori minori, che ci intrigano più dei grandi.
Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso ugualmente t’amerei.
Chè mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.
E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella mia piccola ancora
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia avea fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia, e tutta spaventata
tu vacillante l’attiravi al petto,
e con carezze dentro le tue braccia
l’avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo ch’era il tu di prima.
Padre, se anche tu non fossi il mio
padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.
Padre che muori tutti i giorni un poco
Padre che muori tutti i giorni un poco,
e ti scema la mente e più non vedi
con allargati occhi che i tuoi figli
e di te non t’accorgi e non rimpiangi,
se penso la fortezza con la quale hai vissuto,
il disprezzo c’hai portato
a tutto ciò che è piccolo e meschino
sotto la rude scorza
l’istintiva poesia della tua anima,
il bene c’hai voluto alla tua madre
alla sorella ingrata,
a nostra madre morta,
tutta la vita sacrificata,
io mi torco in silenzio le mani.
Contro l’indifferenza della vita
vedo inutile anch’essa la virtù,
e provo forte come non ho mai
il senso della nostra solitudine.
Io voglio confessarmi a tutti, padre,
che ridi se mi vedi e tremi quando
d’una qualche attenzion ti faccio segno,
di quanto fui vigliacco vero te.
Benchè il ricordo mi si alleggerisca,
che più giusto sarebbe mi pesasse
inconfessato sempre sopra il cuore.
Io giovinetto imberbe, t’ho guardato con ira,
padre, per la tua vecchiezza.
Stizza contro te vecchio
mi prendeva…
Padre che ci hai tenuto sui ginocchi
nella stanza che s’oscurava,
in faccia alla finestra,
e contavamo i lumi
di cui si punteggiava la collina
facendo a gara a chi vedeva primo,
perdono non ti chiedo con le lacrime
che mi sarebbe troppo dolce piangere,
ma con quelle più amare te lo chiedo
che non vogliono uscire dai miei occhi.
Un pensiero soltanto mi consola
di poterti guardar con occhi asciutti:
il ricordo che piccolo pensando
che come gli altri uomini
dovevi morir pure tu, il nostro padre,
solo e zitto nel mio letto
io di sbigottimento lagrimavo.
Di quello che i miei occhi
ora non piangono
quell’infantile pianto mi consola, padre,
perchè mi par d’aver lasciato
tutta la fanciullezza in quelle lacrime.
Se potessi promettere qualcosa
se potessi fidarmi di me stesso
se di me non avessi paura,
padre, una cosa ti prometterei:
di viver fortemente come te
sacrificato agli altri come te
e negandomi tutto come te,
povero padre, per la fiera gioia
di finir tristemente come te.
Afa di luglio. Il canto che non varia
Afa di luglio. Il canto che non varia
delle cicale; il ciel tutto turchino;
intorno a me, nel gran prato supino,
dei fili d’erba immobili nell’aria.
Un sopor dolce, una straordinaria
calma m’allenta i muscoli. Persino
dimentico di vivere. Mi chino
coi labbri ad una bocca immaginaria…
E sento come divenuti enormi
e membra. Nel torpore che lo lega,
mi pare che il mio corpo si trasformi.
Forse in macigno. Rido. Poi mi butto
bocconi. Nell’immensa afa
s’annega,
con me la mia miseria, il mondo, tutto.
Pianissimo
I
Taci, anima stanca di godere
e di soffrire(all’uno a all’altro vai
rassegnata).
Nessuna voce tua odo se ascolto:
non di rimpianto per la miserabile
giovinezza, non d’ira o di speranza,
e neppure di tedio.
Giaci come
il corpo, ammutolita, tutta piena
d’una rassegnazione disperata.
Noi ci stupiremmo,
non è vero, mia anima, se il cuore
si fermasse, sospeso se ci fosse
il fiato…
Invece camminiamo,
camminiamo io e te come sonnambuli.
E gli alberi son alberi, le case
sono case; le donne
che passano son donne, e tutto è quello
che è, soltanto quel che è.
La vicenda di gioia e di dolore
non ci tocca. Perduto ha la voce
la sirena del mondo, e il mondo è un grande
deserto.
Nel deserto
io guardo con asciutti occhi me stesso.
Io ti vedo con gioia e con paura
ogni giorno scemare, mio Dolore.
Come l’amante che al risveglio spia
il volto dell’amante addormentata
e sente il freddo dell’irreparabile
ché i due corpi così vicini vede
farsi ogni giorno più tra loro estranei,
ogni mattino che mi sveglio scopro
il tuo volto più pallido, Dolore,
finchè un mattino al posto tuo m’appaia
il volto scialbo della Consuetudine.
Tu che m’illudesti per un po’ la mia
aridità e che ai miei chiari occhi
di pianto intorbidandoli, lasciasti
vedere meno bene, e mi facesti
tutta la vita vivere nell’attimo,
adesso che ho imparato a amarti solo
o Dolore, tu anche passeggero,
irreparabilmente te ne vai.
E se mi fosse dato, non avrei
forse il coraggio di chiamarti indietro.
Ma la mia vera vita con te viene
perché quando non soffro neppur vivo.
II
Talora nell’arsura della via
un canto di cicale mi sorprende.
E subito ecco m’empie la visione
di campagne prostrate nella luce…
E stupisco che ancora al mondo sian
gli alberi e l’acque,
tutte le cose buone della terra
che bastavano un giorno a smemorarmi…
Con questo stupor sciocco l’ubriaco
riceve in viso l’aria della notte.
Ma poi che sento l’anima aderire
ad ogni pietra della città sorda
com’albero con tutte le radici,
sorrido a me indicibilmente e come
per uno sforzo d’ala i gomiti alzo…