26 Luglio 2021

One Dimensional Man

Dionisio Capuano
One Dimensional Man

Tutte le liberazioni non sono che una transizione verso la manipolazione generalizzata. [Lo Scambio Simbolico e la Morte – Jean Baudrillard]

Mentre l’estate riparte (lo diciamo incrociando tutto quanto può essere incrociato) la memoria fugge indietro, a ricordi assai incerti. La terra umbra risuona in questi giorni di tanti attraversamenti e passaggi, qui si va ad onde prodotte nel passato la cui eco non si è forse del tutto persa nel cosmo. Certo, se il fatto fisico acustico si esaurisce, la musica ed il suono rimangono dentro la testa e il cuore. Riaffiorano sulle labbra le canzoni, pure quelle noise e feroci. E le circostanze, un poco, ricuciono il tempo, anche se rimane l’incertezza sui fatti.

(take me away)

Pierpaolo Capovilla sta là come supremo e furente interprete d’un disagio esistenziale, ma senza confusione tra arte e vita e con un Majakovskij che lo riporterà al comunismo. Il gruppo non può che chiamarsi, citando Sartre, “L’Uomo a Una Dimensione”. One Dimensional Man, un trio. Si può discettare sul filo della scomunica di questo assetto trinitario, basso-chitarra-batteria, con la voce che consustanzia il corpo sonico nell’annuncio apotropaico che una salvezza non c’è. Però, si sappia, la cattiveria creativa inoculata nelle giuste dosi è (dovrebbe essere) una forma di vaccino contro quella vera. La funzione dell’arte non consolatoria, che non fa la piaga puzzolente. Suona così l’esordio della band, semplicemente One Dimensional Man (1997), un’iniezione di potenza che miscela math rock, noise, feed-back e incanala rabbiosa energia in forme aggressive e determinate. Le canzoni di quest’album rimangono punti fermi nel repertorio, ottimi inneschi nelle esibizioni dal vivo.

(your wine)

Come cavalieri d’una apocalisse immanente, la band è quasi predestinata dalla sua genetica ad una intensa attività di concerti, con un compito profetico e di lavaggio emotivo delle piccole folle sulle quali si riversano frequenze disincrostanti e sferzate al corpo. La miscela evolve, compaiono tracce di blues, roba da Toxic Avenger, sia chiaro, e ODM (la cui formazione si modifica nel corso degli anni) inanella una serie di bordate tutte meritevoli di attenzione: 1000 Doses of Love (2000), You Kill Me (2001), Take Me Away (2004), A Better Man (2011), You Don’t Exist (2018). Senza perdere un newton di forza, la musica diventa più elastica, ascoltarla è un’esperienza lottatoria, ogni canzone è un round ed essere stesi al tappeto un piacere.

(Dont leave me alone)

Capovilla poi raddoppia e fonda un altro gruppo, fors’anche più popolare, Il Teatro degli Orrori. C’è continuità con ODM e pure differenze, una, significativa è che con la nuova band canta sempre in italiano; in qualche maniera la comunicazione ne guadagna, si ampia il pubblico. Musica sempre sulla soglia della nicchia, rumorosa e vitale che sta, fortunatamente, al di là della definizione di rock italiano (ma poi davvero è quella roba che dicono che sia?)

(tell me marie)

Recentissimamente il “buon” Pierpaolo ha avuto a che fare anche con musicisti umbri. Olden, ossia Davide Sellari, è infatti nato a Perugia anche se da anni vive a Barcellona. Songwriter assai interessante e con potenziale, eppure ancora di sottobosco, proprio quest’anno ha licenziato il nuovo album, “Cuore Nero” e in Le nostre vigliacche parole mancanti ospita il varesino.

I ODM hanno attraversato più volte l’Umbria con il loro carico incendiario. C’è chi li ha visti a Perugia, chi a Foligno e dai vari resoconti dei nostri emissari, che hanno voluto mantenere l’anonimato, traspare un residuo d’eccitazione non sedata, una radioattività emozionale che fa sgranare gli occhi durante il racconto e tremare un po’ la voce tra risolini isterici. Noi abbiamo invece solo un fantasma nella memoria, lo si prenda per quello che sembra. Una visione sballata come una nota non scritta di Infinite Jest. Chissà che anno era. C’è poca gente, potremmo essere stati al Cantiere 21, sul palco tre figuri mettono su un frullatore sonoro inaudito. Ad un certo punto s’innesca un feed-back che viene controllato nel suo crescere. C’anneghiamo dentro ed una mano invisibile ci afferra per le budella. Facciamo appena in tempo ad uscire dal locale per respirare. Quando si rientra il suono si è normalizzato. Ci si ricorda anche la classica battuta “siamo pochi ma buoni”. Un rientro a casa in silenzio con le orecchie che ronzano, ancora oggi, d’un bieco, stimolante acufene.

Era arrivato in fondo al declivio. Stava nudo sul ciglio della strada. La statua lo osservava. La terra era spaccata.

Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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