In questi giorni di fine ottobre inizio novembre rilanciamo tre poesie che ci sono piaciute già segnalate dalla rubrica Ufficio Poesie Smarrite, aggiungendone altre tre, adatte a questa aria di autunno pieno e malinconico, di saluti ai nostri cari che non ci sono più, di profumi intensi di olio, di vino nuovo, di fuochi accesi per riscaldare i nostri cuori che cominciano a sentire brividi di freddo.
Nebbia
(di Vittorio Sereni)
Qui il traffico
oscilla
sospeso alla luce dei semafori quieti.
Io vengo in parte
ove s’infolta la città
e un fiato d’alti
forni la trafuga.
Chiedo al cuore
una voce,
mi sovrasta un assiduo rumore
di fabbriche fonde, di magli.
E il tempo piega all’inverno.
Io batto le strade
che ai giorni delle volpi gentili
autunno di feltri verdi fioriva,
i viali celesti al dopo pioggia.
Al segno di luce
si libera il passo
e indugia l’anno,
su queste contrade.
S’illumina a uno svolto
un effimero sole,
un cespo di mimose
nella bianchissima nebbia.
Sopra un’immagine sepolcrale
(Vittorio Sereni)
Il sorriso balordo che mi fermò tra le lapidi
e le croci, nella piccola selva
dei morti innocenti, delle vite
appena accese e spente nel candore
era la stessa mia stupefazione
che avesse in tanti anni fatto così poca strada
O dormiente, che cosa è il sonno?
Il sonno…
E qui egli sta tra i pargoli innocenti
stupefatto nel marmo
come se un Tu dovesse veramente
ritornare
a liberare i vivi e i morti.
E quante lagrime e seme vanamente sparso.
Il silenzio prende
(Franco Armino)
Il silenzio prende
appunti
sul nostro corpo.
La primavera è lontana.
La tua bocca
è una rondine in lutto.
Bianco
(Grazia Pascale)
Come trasformarsi,
come trasformarti.
È solo una metamorfosi la tua,
da bimba ad adulta
da adulta alla morte.
Giovane donna un attimo.
La morte è un attimo.
Un ultimo atto
su cui non metti mano.
Sei una giovane
donna sposata…
Cos’è più triste
di una giovane donna sposata
che stringe le sue mani,
che ha gli occhi chiusi
e riposa vestita di bianco,
dentro una bara,
da morta?
Cosa c’è di più triste
di un figlio mai nato?
Passato, presente, futuro
(Josè Saramago)
Io fui. Ma quel che fui
più non ricordo:
polvere a strati, veli,
mi camuffano
questi quaranta volti diseguali,
logorati da tempo e mareggiate.
Io sono. E quel che sono
è così poco:
rana fuor dello stagno
che saltò.
e nel salto,
alto quanto più si può,
l’aria di un altro mondo
la schiattò.
C’è da vedere, se c’è,
quel che sarò:
un viso ricomposto
innanzi fine,
un canto di batraci,
pure roco,
una vita che scorre bene
o male.
La morte è la curva della strada
(Ferdinando Pessoa)
La morte è la curva della strada,
morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi
esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo.
Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito.
Tutto è verità e passaggio