13 Marzo 2025

Odore di Francesco: 1°

Elvio Lunghi
Odore di Francesco: 1°

Passeggiando per via Giuseppe Mazzini, il corso principale, l’antica via del ceppo della catena e prima ancora cardo o decumano che fosse nella planimetria romana di una città che sale verso il cielo. Insomma, la strada che collega piazza Santa Chiara a piazza del Comune. A metà percorso, guardando a valle, s’incontra un imponente palazzo dalla facciata neoclassica, che ricorda i tempi di Napoleone Bonaparte col suo basamento decorato da rudenti e le ariose finestre a timpano nel piano nobile. Antolini? Brizi? Chissà chi ne fu l’architetto, ma il palazzo ha origini assai più antiche se l’abitato odierno sembra spuntato da un ceppo medievale con radici nel secolo di Augusto, o poco prima nella Roma repubblicana. L’edificio a pian terreno è tutto un negozio di ricordini e cose buone da mangiare, come se oggi ad Assisi esistessero solo turisti in visita e nessun residente. E invece io l’ho conosciuto quando in queste strade l’industria del turismo non aveva ancora una posizione dominante, quando c’erano anche negozi per gli indigeni locali che avevano bisogno di un caffè ma anche di un paio di calzini. Quasi in fondo alla facciata, tra il bar Sensi e l’ennesimo negozio di coccetti, si apre un archetto con le scale che precipitano nel vicolo sottostante, preceduto da un timpano ornato da una vecchia ceramica e introdotto da un architrave che recita due versi in rima baciata: «Scendi le scale e troverai l’ostello, dove nacque Francesco il poverello». Ci passavo anch’io da ragazzo, e letti i primi versi proseguivo con altri a memoria: «Sali le scale allunga la mano e trovi il culo di Gaetano». Stupidi scherzi infantili, anche se personalmente cominciai a ripeterli frequentando Assisi negli anni del Ginnasio. Gaetano era un signorino grassoccio dallo sguardo gentile che serviva caffé e gelati al bar pasticceria di fianco. Aveva una voce chioccia e un volto tondo sempre aperto al sorriso. Chissà perché ti faceva l’occhiolino porgendoti il gelato, ma questo era buono, crema o limone che fosse, ci si veniva apposta. Correva voce che fosse un tipo gaio. E chissà! Tra ragazzi lappando il gelato scattava la battuta, un tirarsi di gomito, tra frizzi e lazzi uno scherzo per farsi due risate. E poi, il culo di Gaetano, e daje! Era così anche ai tempi di Francesco? Perché suo padre, Pietro Bernardoni, aveva la sua dimora proprio qui, in questo palazzo posto lungo la via. In fondo alle scalette c’è ancora l’ostello dove nacque Francesco il poverello, cioè dove lo mise al mondo mamma Pica, nella stalla accanto all’asino e forse anche a un cavallo. Ma l’ingresso della dimora era sulla via principale, chiamata via del ceppo della catena perché al suo termine c’era la sbarra che chiudeva ai cavalieri l’accesso in piazza del Comune. Apparentemente Pietro Bernardoni doveva essere un mercante molto facoltoso, con una dimora nella via principale della città, il fondaco nei locali a pianterreno dove ora si vendono crocifissetti e pastine, ma dove un tempo erano esposte le ricche stoffe acquistate nei mercati di Francia; il magazzino nei locali sotterranei, che diventano a vista per la forma di un abitato impostato sulla costa di un monte. Francesco ne ricavò il soprannome che porta ancora, che gli dette il padre quella volta che tornò di Francia, dove si era recato per vendere cose e acquistarne altre, e al ritorno trovò la moglie che aveva messo al mondo un figlio e gli aveva dato il nome provvisorio di Giovanni. Possiamo immaginarlo questo ragazzetto che corre sù e giù per le scale a fianco della pasticceria che si vede ancora, tra il negozio principale che dà sulla via e il magazzino negli ambienti sottostanti. Magari correndo, dove l’ombra è più fitta, si sarà fermato per una pisciatina. C’è ancora chi lo fa, si sente dall’odore. O forse è l’odore di Francesco? «Francesco torna, è ora di rientrare a casa». Si sente ancora la madre Pica che lo chiama. «Vengo mamma, una pisciatina e vengo». ‘Na pisciatina, ‘na sarvereggina. E in zanta pace ce n’annamo a letto.

Elvio Lunghi

Insegnante pensionato non ha perso il vizio di raccontare storie

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