Quanta pace tra gli ulivi, quanta pace. È appena partito l’anno giubiliare, si scaldano i motori in vista del centenario francescano e sono tutti in pace pensando ai quattrini che verranno. «Quando il soldin cade nella cassetta l’anima vola in cielo benedetta!»: che bello! Sembra un fumetto di Walt Disney con zio Paperone che si tuffa in piscina sollevando un’onda di bigliettoni. Non era così nel primo dopoguerra quando i frati delle famiglie francescane, passata la paura del re galantuomo che svuotò i conventi rimandando frati e suore a casa, si misero a litigare intorno alla casa natale di Francesco. Questo è mio questo è tuo, ma quante unità immobiliari dovette possedere Pietro Bernardoni in vita? Ciascuno, nel calduccio di una cella, si lambiccò il cervello per dimostrare l’appartenenza della casa natale: se era quella in via del Ceppo della catena col fondaco passato in eredità ai Conventuali, o l’altra nella piazza della Chiesa Nuova costruita per i Riformati e passata all’Osservanza. Col tempo i frati hanno smesso di studiare, o sono passati ad altri studi, e anche queste case sono passate a miglior vita, chi trasformata in chiesa e chi caduta nell’oblio. Se però guardiamo ai secoli precedenti, negli anni ’70 del ‘500 la casa del mercante, forse quella abitata da Francesco, era indicata a lorsignori in visita da un frate investito per questo compito, quel tal fra Ludovico da Pietralunga che ci ha lasciato un suo libro di appunti dove spiega i soggetti delle immagini dipinte alle pareti della chiesa. Le spiegava ai VIP, alle Very important Person di passaggio ad Assisi per vedere la tomba del santo, non necessariamente per pregare. Consigliandoli, una volta usciti in strada per vedere il tempo che fa, di cercare la casa del ricco mercante aggirandosi per i vicoli della città. «Essendo curioso over desideroso de vedere altre devotione et lochi pij che sonno nella cità, uscito che serai fore del Sacro convento, pigliarai la strada pubblica detta de San Francesco, la quale sale alquanto per arrivare in piazza: ma avanti se ritrova un portone dove che anticamente era la porta della cità. A man dextra, atacato, gli era uno monasterio detto S. Angelo de Panzo, dove che dimoravano monache di San Francesco, qual cassamento era de S. Chiara, et lì fu il suo nascimento. Seguitando poi la ditta strada, presso alla piazza, gli è una fontana a man sinistra: quale era il fondacho del padre di San Francesco, sicome amplamente poriamo considerare per il segno del mercante, quale si vede nella facciata di tal forma ⚨ sculpito in pietra». Se proprio vogliamo impegnarci in questo gioco dell’oca, percorrendo in salita la «via superba» che va da San Francesco alla piazza del Comune, a metà percorso s’incontra un arco dove passava la cerchia romana, oltrepassato il quale a destra c’è il monastero delle monache di Panzo dalle pareti tutte bianche e rosa. Salendo ancora s’incontra un trivio che scende alla porta urbica in piazzetta Garibaldi, mentre riprendendo verso il monte c’è una fonte che dà il nome alla via di Portica. Fatti pochi passi, verso valle scende a precipizio un vicolo che conduce alla chiesa di San Gregorio, raccogliendo i rari passanti di via Macelli Vecchi. Sulla destra al numero civico 10 c’è un portale imponente, con un arco a sesto pieno e nella chiave un apice con lo stemma da mercante che troviamo nel libro di fra Ludovico. Era questo il fondaco di Pietro Bernardoni? Portali come questo ce ne sono altri ad Assisi: quello romanico della chiesa di Santo Stefano o l’altro gotico dell’ospedale di Santo Stefano. Ma questo è il più bello di tutti, anche se le pietre non stavano neppure qui, ma sono state tolte pochi metri più in basso, da un cortiletto dove era l’ingresso a un loggiato che ha le pareti ricoperte da sfoglie di affreschi con figure di santi. Prima di accogliere i confratelli di San Gregorio questo spazio commerciale deve essere appartenuto a un ricco mercante, se mercantile è il signum tabellionis sull’apice dell’arco. A osservare la bellezza del fondaco doveva essere un mercante molto ricco. Si sente ancora il profumo dei soldi, ma forse a Francesco quell’odore venne a noia. «È qui che hai detto basta? E basta!». Non di solo pane vive l’uomo, ma neanche dei soldi del su’ babbo.
