21 Febbraio 2021

Odio e Amo

Claudio Volpi
Odio e Amo

Catullo (87 a.C. -57a.C.) è il primo poeta d’amore della latinità, il primo che esprime la forza contraddittoria e lacerante delle proprie passioni. Concentrando la sua poesia sul mondo interiore, Catullo crea un’opera di straordinaria novità che canta la gioia dell’amore felice, le facezie dei conviti, le appassionate dichiarazioni di amore e fedeltà, insieme con i tormenti del disinganno, l’angosciato colloquio con se stesso, in una poesia sempre raffinatissima che tocca tutte le sfumature dello stile, dal preziosismo estremo a un realismo quanto mai triviale. Indirizzata a un pubblico ristretto, composto dagli appartenenti al suo elegante, sofisticatissimo mondo, la poesia di Catullo è invece diventata patrimonio di tutti. La sincerità, l’immediatezza, l’impeto del sentimento vissuto; la forza che vibra anche in mezzo alla grazia, alla dolcezza, alla tenerezza, all’abbandono: basta cambiare i nomi, metterci i nostri, e questi versi, con una musica inconfondibile, parlano ancora di noi.

Il passero di Lesbia

Passero, gioia della mia fanciulla,
che suol con te giocare, in sen tenerti
e con la punta del dito aizzare
la tua voglia, i tuoi morsi aspri incitare
quando a lei, luce dell’anima mia,
piace fra dolci trastulli trovare
qualche conforto, credo, a la sua pena,
perché s’acqueti, allor, l’ansia sua greve,
oh, potessi, con te giocando, anch’io
del cuor mio triste alleviar gli affanni!

La morte del passero

Piangete, Amori e Veneri, e con voi
Pianga nel mondo ogni gentil persona!
Il passero morì della mia bella,
ch’ella avea caro più degli occhi suoi;
chè dolce egli era e ben la conosceva
come una bimba mamma sua conosce,
né dal suo grembo si toglieva mai,
ed anzi, saltellandovi d’intorno,
alla padrona sua pur pigolava.
E or se ne va per i sentieri bui
donde ci è tolto di tornar mai più.
Voi, maledette tenebre dell’Orco,
che divorate ogni leggiadra cosa,
che mi rapiste un passero sì bello!
Oh passeretto misero! Oh sventura!
Per te i dolci occhi della mia diletta
or sono rossi e gonfi un po’ di pianto.

Viviamo e amiamoci!

Viviamo, o Lesbia mia, viviamo e amiamoci!
Le chiacchiere dei vecchi moralisti
Valutiamole meno d’un centesimo.
Possono i giorni tramontare e sorgere,
ma se tramonta questa breve luce,
ci attende un’eterna unica notte.
Baciami mille volte e ancora cento,
dammi altri mille baci ed altri cento,
dammene ancora mille e quindi cento.
Quando saranno mille mille e mille,
confondiamoli insieme, alla rinfusa,
perché si perda il conto e non ci tocchi
l’invidia dei malvagi ed il malocchio,
quando si sappia il numero dei baci.

Basta con le follie, o Catullo

Niente follie, mio povero Catullo.
Quello ch’è perso è perso: datti pace.
C’era una volta un gran brillio di sole:
tu vagavi, sui passi dell’amata
amata come più nessuna, mai.
E quante dolci tenerezze, allora!
Sì, tu dicevi, e no lei non diceva.
Era davvero un gran brillio di sole.
E ora, dice no. Tu, estremo sempre,
dì no. Se fugge, lasciala, non vivere
triste così, non cedere, resisti.
Addio, bella. Catullo, ecco, resiste.
Non vuoi? Lui non ti cerca e non ti supplica.
Ma tu? Ti struggerai senza le suppliche.
Sciagurata, che sorte, ora! E che vita
ti si prepara! Chi verrà da te?
Per chi carina? Chi amerai? Di chi
si dirà che tu sei? Chi bacerai?
A chi morderai più le dolci labbra? 
Tu, Catullo, tetragono, resisti.

Un invito a cena

Una sera di queste, cenerai
bene da me, Fabullo, se gli dei
vorranno; basta solo che tu porti
una cena abbondante e vino e sale,
che tu porti una candida ragazza
e un poco di sorriso: e ti assicuro
una splendida cena; nella borsa
di Catullo ci sono i ragnateli.
In cambio ti darò dolci parole
e quanto è più soave ed elegante,
un profumo di Venere che appena
l’avrai sentito pregherai gli dei
che ti faccian, Fabullo, tutto naso.

Parole di donna

Fosse pur Giove a chiederla, la donna mia nessuno
preferirebbe a me: questo lei dice.
Dice. Ma ciò che donna dice a cupido amante
labile è come il vento, come l’onda.

Preghiera agli dei

Se il bene compiuto consola nel ricordo
Quando pensiamo d’esser stati puri,
e non abbiamo mancato alle promesse,
né giurato alla potenza degli dei
per ingannare qualcuno nei vincoli d’amore,
molte gioie, o Catullo, troverai nella vita,
fosse anche lunga, per quest’amore deluso.
Perché tutto ciò che di bene si può dire o fare
a qualcuno, tu l’hai detto e l’hai fatto:
e ogni cosa fu vana per quel cuore inesorabile.
E allora perché tormentarti più a lungo?
Perché con animo forte di là non t’allontani?
Perché, contro gli dei, ancora vuoi essere infelice?
Difficile spezzare a un tratto un lungo amore:
difficile: ma devi farlo. Insisti: è l’unica salvezza.
E se credi di poterlo o no, tu questo devi fare.
O dei, se veramente è in voi misericordia,
se nel giorno estremo, proprio all’ora della morte,
aiutate qualcuno, volgete dolce lo sguardo
a me infelice: e, se fui puro in tutta la mia vita,
il male sradicate, che sceso profondo nel sangue
come un languore, tolse da ma la gioia.
Ora non chiedo più che ricambi il mio amore,
o (e mai sarà possibile) che sia con me fedele:
voglio guarire, liberarmi da questo cupo male.
Ascoltatemi, o dei, per l’amore che vi porto.

Odio e amo

Odio e amo. Perché questo io faccia forse domandi.
Non lo so, ma così sento e brucio

Claudio Volpi
Claudio Volpi

Nato ad Assisi, dove vive e lavora. Laureato in Lettere Moderne, si occupa di Arte e Antiquariato, ha una Galleria D’Arte nel centro storico della città. Dagli anni ottanta ha pubblicato diverse raccolte di poesie, l’ultima quest’anno con il volume “Voci Versate”, Casa Editrice Pagine Roma.

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