Atto di adorazione per la giovinezza.
Credevi di andartene, giovinezza
come un ospite ingrato
che esce da casa
senza salutare
come scompare
la brina da un prato
di montagna
col passare del mattino.
Invece ti ho ancora vicino.
Credevi di fare la furba,
di fottermi dopo avermi
tanto piagato
con la tua nevrastenia torbida
con il tuo desiderio inappagato
con la tua timidezza vergine
che sempre mi storceva la bocca.
Invece sei ancora qui,
nonostante i capelli,
i peli che appassiscono
le unghie che si sfarinano
e cadono
le ossa che faticano,
ti tocca
restare ancora con me.
Ramo d’ulivo,
stelo di papavero
sei mistero,
anima, sorpresa
sei la bellezza vagabonda,
illusa,
piazze di una città sconosciuta
percorse all’alba
in fretta e senza meta.
Credevi di andartene,
ma io ti ospito troppo bene
in un cuore feroce e ragazzo,
che niente ha domato,
che conosce troppo bene
la tua carezza
e come rinasci
fenice dalle tue ceneri.
Resta qui, che io ti veneri.
Nelle vetrine dei negozi
Non ho perso
l’abitudine di guardarmi
specchiato nelle vetrine dei negozi
che avevo da ragazzo
per quella forma
di suprema angoscia
del proprio corpo
e della propria crescita
che prende gli adolescenti
troppo alti.
Ma ora, ora è soltanto
per vedermi già ombra,
immateriale, già nell’Ade
dove tutto è colore
della sabbia bagnata
e della cenere,
per vedere in un attimo
la mia sagoma trascorrere
sul lucido del vetro
e dissolversi come in un film
una semplice comparsa,
mai un protagonista,
un attore.
Eccomi, sono quel flash,
quel signore alto e curvo
con i capelli lunghi
già troppo grigi,
quell’espressione attonita
di chi non sa mai
dove è la vita.
Mi guardo e mi riconosco.
Poi mi perdo di vista.
Con le mie scarpe nere da ginnastica
proseguo il mio cammino
solo in questa città,
in questo mattino.
Non si specchia il destino.
Giuseppe Conte