La musica è in grado di offrire un modello di espressione non discorsiva mossa da “vigilanza” formale, risalente a quella “musica sepolta nell’inesprimibile” che è il differire stesso dell’essere. [Forma sonata. Deleuze, Ruyer e la musica del vivente – Gregorio Trenti]
Sarà breve. Perché Miles è. Una distanza. L’immensità come in un buco (con forse anche troppa roba intorno) che ci si guarda dentro ed hai la vertigine dei colori. Per molti, qui pure, è stato serendipity. Si cercava la musica e si è trovata l’illuminazione. Miles provoca ad esagerare, pur nella consapevolezza del declino e delle contraddizioni. Sono trent’anni che non c’è più e spesso facciamo il gioco di quello che avrebbe potuto combinare. Almeno qualche anno in più di quei sessantacinque.
Con l’età strana di quelli che stanno quasi a cavallo tra baby boomers e generazione X, la scoperta di quel trombettista che ci dicevano lirico e glaciale avveniva in modo curioso. Negli anni in cui si (de)formava la mia estetica sonora Miles si era silenziato.
Lo incontrai nei dischi elettrici registrati in Giappone, con quei titoli che continuano ad affascinare, “Agharta”, “Pangea”. Fu quasi un trauma (e ci ritorno in continuazione, tanto è labirintico), ma capii che era lì la festa. Correggeva (incoraggiava) la mia deriva punk e new wave (che devastò le favole progressive) ed andava a fare dei miei gusti musicali un cretto fragile, fatto a quel tempo, di convulsioni più che di comprensione. Convulsioni che avevano, ad esempio, il nome di The Pop Group e che condussero al free jazz.
Perché le cose si iniziassero ad assestare dovetti risalire la sua discografia. Non sono originale nel dire che “A Kind of Blue” fu epifanico. So What era proprio rivolta a me. Mi sarebbero bastati i primi accordi, il silenzio che sentivo tra le note. E invece c’era anche tutto il resto. La pulsazione entrò dentro e mi elevò su un punto di osservazione dove le correnti del passato e del futuro s’incrociavano e creavano il presente. Miles è. Direzioni. “Bitches Brew” fu un nastro consumato e che si incartò definitivamente nel primo mangianastri low-fi car. Una piccola disperazione.
Poi venne, nel calendario ritorto del mio tempo, “In a Silent Way” (1969). Olio per massaggi neurali. Quante volte mi sono ripetuto Shhh/Peaceful. Miles ha calcato più di una volta i palchi di Umbria Jazz. Quel luglio a Terni, lo ricordo bene, c’era tra gli amici una gran voglia d’estate, come quando sai che è a rischio. C’era tanta gente, si parla di diecimila persone. Si viveva un ritorno. Albums come “Star People”, “Decoy”, “You’re Under Arrest” non mi hanno mai entusiasmato. Come tutti i giovinastri puristi in quegli anni mandavo alla gogna molti dischi, compresi quelli di Miles. Poi però succedeva che dal vivo quella roba ributtava energia. Era un po’ lassa e troppo regolare rispetto agli anni settanta? Forse sì, ma in quella apparente insostenibile leggerezza c’era la deriva di un flaneur nero. Time After Time rompeva gli argini del pop e il naufragare era dolce nella conca assembrata.
Ascoltava Miles e si chiedeva quante persone stessero facendo l’amore, in quel momento, senza precauzioni.