03 Maggio 2021

Mike Cooper

Dionisio Capuano
Mike Cooper

Naufragò un giorno qualunque.

La chitarra è un po’ il simbolo della musica viaggiante. Oramai la tecnologia consente cose mirabolanti, ad esempio portarsi a tracolla una consolle, connessa in streaming, in giro per le strade e per centri commerciali, come fa SUAT,, dj inglese che in tempo di Covid ha fatto di necessità virtù diventando un techno-busker ipermediale. Ma le sei corde, seppure l’immagine mitologica va trascolorando, continuano ad essere d’acchito associate a suoni itineranti.

Mike Cooper nasce nel 1942 e si forma nella temperie del blues inglese, una mistura vivace e dinamica che assorbiva le vibrazioni in arrivo dagli Stati Uniti, mescolandole con il folk autoctono. Da quel fermentare prenderanno corpo tante cose, i Rolling Stones, per dire. Pare che al tipo di Reading venne offerto un ruolo nella band, posto poi occupato da Brian Jones. L’approccio di Cooper allo strumento ed al blues era già in origine peculiare, ma in qualche modo ancora nell’alveo della tradizione. 

Resta il fatto che la sua discografica tra la fine dei sessanta e i settanta possiede un timbro e un colore inediti. La preziosa cinquina di album “Oh Really?!” (Pye, 1969), “Do I Know You?” (Dawn, 1970), “Trout Steel” (Dawn, 1971), “Places I Know” (Dawn, 1972), “Life & Death in Paradise” (Fresh Air, 1975), pur salda nel folk-blues, allunga gradatamente lo sguardo oltre l’orizzonte. Inevitabile per chi ha iniziato a viaggiare ad undici anni, dapprima seguendo in suoi genitori in Australia e poi per le rotte che tutti noi sogniamo: Singapore, Bangkok, Bali, East Timor, Sri Lanka, Guadalupe e ancor più in là.

Negli anni ottanta la sua musica comincia davvero a mutare, risuonando di terre lontane e tropicali e la vocazione esplorativa, comunque presente nel dna del blues, prende forme più esplicite esaltata dalla steel guitar, tracimando in poliritmie oceaniche e in sonorità slide-ambient, la cui spettacolare visualizzazione sono le camicie hawaiane, che colleziona quasi serialmente. Per chi poi vuole confondersi e andare alla deriva suggeriamo l’avventizia avventura iperglicemica degli Uptown Hawaiians.

Ma c’è molto di più del mero esotico. Essuda l’attitudine (anche la pratica) del jazz e del free, che lui considera un’estensione trasformativa del country blues afro-americano. Perciò la sua musica non suona mai domenicale e consolatoria; è intrisa di un mood inquieto, quello di chi è in viaggio verso una terra di sogno di cui si sono colte qua e là luccicanze ma il cui approdo rifrange tra nostalgia ed utopia. A questo tono ombroso e controluce ben s’attaglia la definizione di “tropical gothic”, titolo di un cruciale album del 2018.

Mike Cooper è divenuto uomo del Mediterraneo. Attualmente residente a Valencia, ha fatto per molti anni base a Roma, sviluppando una proficua collaborazione artistica con gli ambienti più innovativi della nostra Italia (si senta l’energia dei Truth in Abstract Blues), creando anche una propria etichetta discografica, la Hipshot. Curioso com’è, sta percorrendo indefesso altre piste; lo testimoniano sue recenti incisioni per la Confront di Mark Wastell, il risonante “Sound Mirror” e l’iberico “Cumino in Mia Cucina”.

Ben più di una volta è passato per l’Umbria con il suo set di chitarre, field recordings, registrazioni e memorie di viaggi. Ce lo ricordiamo al Chupito, alla Galleria Nazionale dell’Umbria. Ed anche al Post Modernissimo, il ventidue giugno del 2017 per un live soundtrack di “Gods of Bali”, suggestivo documentario del 1951 di Nikola Drakulic su riti e cerimonie balinesi, le cui immagini, oggidì, si stanno sovrapponendo (e sia nostra incongrua impressione) a scene-cronache di massa e di masse che scorrono random nei flussi mediatici. Una serata, ad un certo punto, quasi di trance mistagogica, stasi fluttuante di visioni ed intuizioni.

Non fece in tempo a crollare esausto sulla sabbia calda che l’isola si mise in moto.

Dionisio Capuano
Dionisio Capuano

È project designer e manager in ambito formativo e culturale. Collabora con la rivista Blow Up e tenta, senza successo, di mettere ordine nelle sue passioni per le varie forme dell'arte. Oggetto di studio in un recente saggio sulla critica musicale, ha pubblicato più di ottanta recensioni su dischi inesistenti ed è coautore di un album di musica elettroacustica.

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