Il mondo sta bruciando / Ma io so cosa lui vuole dire / l’era glaciale di dentro / l’era glaciale di dentro
Il più recente album dei The Notwist si intitola “Vertigo Days”, è stato registrato tra il 2018 ed il 2020 e pubblicato nel 2021. Non sappiamo quando e come si sia scelto il titolo, ma decisamente ci sta bene, sia per il periodo che stiamo vivendo, sia per il clima generale del disco, dove kraut rock, electro pop, dolcezza ed inquietudine, post-soul si mescolano. Una buona immagine (nel senso della qualità “fotografica”) della Germania, dell’Europa ed oltre. Di ognuno. Album consigliato, dal quale si può procedere per altri paesaggi sonori, attraverso le partecipazioni di Juana Molina, Angel Bat Dawid o Ben LaMarGay.
La band nasce alla fine degli anni ’80. Viene fondata dal fratelli Acher, Micha e Markus, che iniziano con il suono di Seattle, un grunge che diventa livido e metallico quando si deposita a Weilheim in Oberbayern, vicino Monaco. “The Notwist” (1991) e “Nook” (1992) sono però oggetti sfocati, molto meglio, le commistioni post-rock di “12” (1995) e “Shrink” (1998). La svolta arriva nel 2002 con “Neon Golden”, dove tutto si allinea. La finta leggerezza, il timbro sintetico che fa retro-futuro e le profondità da esplorare per chi ha voglia di trovarle. Un dizionario emotivo dove alla voce “superficie” si viene rinviati ad “abisso” e viceversa. L’abbiamo consumato, molto in auto, nei tragitti sul nulla che si scavalcano grazie a ponti fatti di note. Fossimo costretti al famigerato gioco della torre, a giocarsela, tra le ultime canzoni al mondo, rimarrebbe di sicuro Pick Up the Phone.
Mentre Andi Haberl subentra alla batteria (2007) seguono altre buone prove del talento, dell’ispirazione e di come questa musica, in apparenza di basso profilo, con le sue nuances vintage-adolescenziali, sia eccellente metafora della resistenza al restringimento dell’Occidente. D’altra parte Markus Acher, già nel 1994, aveva avviato un progetto laterale, Tied + Tickled Trio, dove poter sperimentare in grande libertà (sia pure con rigore) le chimiche tra dub, kosmische musik e surrealismo. The Notwist appare dunque come l’affiorare divulgativo (ma non meno intenso) d’un pensiero sonoro ricco ed articolato.
A ulteriore conferma che c’è (bisogno) dell’altro, l’incontro con il trombonista Mathias Götz, di formazione classica, il quale, tra le altre cose, è stato primo trombone nella Munich Radio Orchestra, ha militanze in formazioni delle periferie del jazz (Djaosch Macholi Orchestra, Le Millipede ed altri ancora) ed è capace di abbracciare avanguardie e contaminazioni pop.
Götz collabora all’album elettronico di The Notwist “Messier Objects” (2014), dedicato al catalogatore di oggetti galattici Charles Messier, o meglio ai set live di presentazione del disco, ma soprattutto sta nella formazione jazz di Micha Acher, gli Alien Ensemble, più che una sterzata o una divagazione rispetto alla band. Poi, le orecchie attente potranno trovare punti di contatto, affinità nascoste, tratti di dna comuni. I tre di cui ci si occupa sono anche nell’organico dei Lovebrain and Diskotäschchen, sestetto capace di dare al jazz (sempre lui) una suggestiva visionarietà di foreste, montagne e iperspazio, Sun Ra e mittel-Europa.
Alchimie delle relazioni creative, Acher (Micha), Haberl e Götz si inventano un trio ed iniziano a contattare locali ed organizzatori chiedendo di suonare, senza specificare bene cosa avrebbero proposto. Ovviamente, con alle spalle i loro curricula, tutti li hanno accolti senza fare troppe domande. Quello che incuriosiva, ma parecchio, era l’assetto strumentale. Rispettivamente un susafono, tra gli ottoni più gravi ed imponenti; percussioni e glockenspiel; un trombone. A condire qualche sintetizzatore. Era ancora l’epoca non sospetta. Il diciannove di aprile del 2019, il trio si esibiva nel bunker del benemerito Bar Chupito, a Perugia. Scendere quelle scale è sempre stato entrare in un altro mondo, (ovvero uscire da un’altra parte – una specie di exit west…). Il bel timbro pingue dello strumento a fiato inspirava ed espirava folate jazz che venivano da molto lontano (da domani), carnalmente scure eppure gioiose. Dixieland ed espressionismo, groove ed un po’ d’improvvisazione, blues ed elettronica. La sensazione era di “alienitudine”. Proprio di stare in un bel posto alieno (ma tutt’altro che alienato). Alieni tra altri alieni, ossia veramente umani. Stavamo per entrare negli anni ’20, nel contro-verso.
Conosci questo posto / Conosci questa oscurità? / Siamo già stati qui / Quando la vita è un loop / Sei in una stanza senza porta.